Grembo: “Accogliere per scoprire sé stessi” con Giampaolo Cerri
Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 36)
Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.
In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.
Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.
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Introduzione
La storia di Giampaolo Cerri è la storia di un cuore grande. Ho voluto aprire questo spazio alla sua voce non solo perché è padre, anzi babbo, di cinque figli biologici, ma perché la sua famiglia è diventata nel tempo un luogo di accoglienza e di amore condiviso. Giampaolo e sua moglie Annagrazia sono genitori affidatari e adottivi. Hanno scelto di aprire la loro casa a nove bambine e bambini.
Ma cosa significa affido? In che cosa si differenzia dall'adozione? Cosa li ha spinti a rimettersi in gioco con bambini piccoli dopo aver già cresciuto i loro figli? Quali equilibri si sono creati tra fratelli e sorelle? E come ha resistito la coppia non solo agli arrivi, ma anche alle partenze?
Perché, per definizione, l'affido è temporaneo ma – lo capirete voi stessi all'interno di questa intervista – l'amore per un figlio, biologico, affidatario o adottivo che sia, rimane per sempre.
Come in ogni famiglia non mancano momenti di fatica o di difficoltà. Per questo Giampaolo ricorda l'importanza di non essere soli, ma di farsi accompagnare da amici che vivono esperienze simili o da realtà come l'associazione Cometa, che sostiene la loro famiglia lungo il cammino. Se aprite il sito di Cometa troverete scritto “accogliere per scoprire se stessi”, una frase significativa che ricorda quanto un gesto di accoglienza e di amore, come l'affido, ci permetta di conoscerci sempre di più nel profondo.
La storia di Giampaolo racconta di tante nascite, racconta di traiettorie che si incrociano e cambiano direzione, di bambini e bambine che entrano nella vita di qualcuno per restarci, per sempre. Una storia che lui descrive come una vertigine, quella di vincere ogni forma di estraneità attraverso l'amore. Un racconto che spero possa ispirarci e farci assaporare una nuova prospettiva dei nostri racconti di pancia

Intervista a Giampaolo Cerri
[Anna] – Ciao a tutti, buongiorno Giampaolo, benvenuto!
[Giampaolo] – Buongiorno. Buongiorno. Grazie, è un piacere!
[Anna] – Sono felice di averti qui e di raccontare la tua storia di paternità in questa bellissima cornice che è il Festival di Nidi Fioriti. Come da tradizione in questo podcast, ti chiedo di presentarti: dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia.
[Giampaolo] – Allora, io sono un boomer, faccio in tempo a esserlo perché sono del ‘63, quindi sono un signore ormai di 62 anni, un nonno di sei nipoti, con un settimo in arrivo. Ma sono qui molto volentieri; grazie Anna di questo invito, perché vengo a raccontare la mia esperienza di padre. Anzi, io spesso se mi dicono «che cosa fai?» rispondo: «io sono un padre».
[Giampaolo] – Padre biologico, adottivo, affidatario. Questo c'è nel mio profilo Instagram, anche adottivo e anche affidatario. E faccio il giornalista, in realtà faccio il giornalista da un po', da molti anni. Come sentite, non sono proprio un lombardo doc, sono toscano, di Firenze. Sono arrivato nel 2000 perché, appunto, venni a fare il giornalista per un giornale che, ironia della sorte, si occupava e si occupa (sono 31 anni gloriosi di storia giornalistica) di sociale, si chiama Vita. E quindi io negli anni ‘90 già collaboravo da Firenze con questo giornale, mi sono molto spesso occupato di quello che poi sarebbe stato, e non l'avrei mai pensato allora, il mio destino familiare, cioè di affido: di affido, di accoglienza, di minori in difficoltà. E questo è insomma più o meno questo è.
[Giampaolo] – La mia famiglia, scusa, la mia famiglia! Allora, detto che io con mia moglie Annagrazia siamo sposati da una vita, cioè perché ci sposammo a 23 anni, a 26 facemmo fiorire i nidi, all'epoca, e poi appunto a 30 anni avevamo già tre figli, ci siamo spostati in Lombardia, ne abbiamo fatti altri due e poi è iniziata nel 2011 questa casualissima esperienza di aprirci e sono arrivati altri figli. Nove in affido, alcuni sono rimasti con noi, uno l'abbiamo adottato, e [qui] lo chiameremo Giuseppe. Anzi, se sentite a volte le mie incertezze è perché cerco di non usare per questi figli i nomi originari, i nomi veri.
[Giampaolo] – Quindi Giuseppe, che ha 11 anni, è arrivato a casa nostra che aveva un po' meno di 2 anni e poi prima di lui, peraltro, c'era, chiamiamolo Paolo, che è arrivato anche lui a 2 anni, il primo affido e adesso ne ha quasi 17. E c'è una bambina che chiamerò Rossana che ha 2 anni e mezzo, è arrivata quando aveva 6 mesi. E credo che, insomma, stia per andare, non sappiamo ancora dove, sicuramente sappiamo che andrà, anzi siamo noi con la morte nel cuore a sperare che se ne vada il prima possibile perché trovi il suo contesto, perché si sta molto attaccando a noi e questo è. Però anche gli altri sei che sono altrove…
[Anna] – Puoi dirmi i nomi dei figli biologici anche?
[Giampaolo] – I figli biologici, alcune sono tra l'altro tue ascoltatrici, quindi anzi grazie perché sennò qui finiva malissimo. La primogenita è Martina del 1989, ascoltatrice di Grembo, assolutamente. Poi c'è Antonio del ‘92, Francesco Saverio del ‘93, Maria Pia del 2001 e Giancarlo del 2003, quindi praticamente il figlio dei 40 anni, insomma 2003, ‘63, appunto.
[Anna] – È una famiglia molto grande, l'abbiamo capito.
[Giampaolo] – Composita.
[Anna] – La tua è una grande storia di accoglienza.
[Giampaolo] – Ce ne sono anche di più complesse e più grandi.
[Anna] – Beh, direi che qui il punto di partenza non è male, quindi intanto grazie perché non vedo l'ora di entrare proprio nel merito di questa storia e cercheremo di far rientrare tutta questa complessità e questa ricchezza nell'ora che dedichiamo a questo appuntamento del podcast.
Dall’infanzia alla paternità: la storia di Giampaolo e Annagrazia
[Anna] – Però vorrei partire dall'inizio, dall'inizio inizio, cioè da quando tu eri magari un bambino. Ti sei mai interrogato sul senso di paternità? Cioè tu pensavi che un giorno saresti diventato un papà?.
[Giampaolo] – Ma dunque, prima che iniziasse questa conversazione, eravamo ad aspettare insomma e cercavo appunto un pochino di rifletterci ad alta voce, perché non sono temi a cui, insomma, mi è capitato di applicarmi spesso. E dicevo, la differenza fra noi, quelli della mia generazione e ricordando io con mia moglie quando ci siamo sposati, l'idea del fare figli, insomma, era tutto un po' di corsa, di slancio, di schianto, no? E quindi, anche su questo, rispetto appunto ai miei figli che capisco, insomma, le mie nuore, sento come invece sono molto attente a tutta una serie di tematiche. Noi eravamo forse più superficiali, non lo so.
[Giampaolo] – Però ecco, tornando al punto di me bambino, io ho sempre considerato naturale, cioè io vivevo in un mondo, gli anni Settanta quindi, cioè la fine degli anni ‘60, io sono del ‘63.
L'Italia di quell'epoca era molto semplice e molto ottimista perché uscivamo dal boom economico, si vedeva tutto crescere, tutti “accedevano” a quei piccoli modelli di benessere – il che voleva dire l'auto di proprietà, la vacanza una volta all'anno. Era tutto un mondo, se mi permettete un po' la forzatura, un po' semplificato e quindi anche i ruoli familiari.
[Giampaolo] – Un bambino pensava poi che sarebbe stato a sua volta padre – babbo si dice dalle mie parti a Firenze – e che quindi insomma sì, io avrei avuto a mia volta dei figli. Io poi sono primo di quattro fratelli e quindi ho sempre vissuto la dimensione della famiglia numerosa. Forse essendo anche mia moglie la primogenita di quattro sorelle, abbiamo proprio replicato senza molto razionalizzare, senza soffermarci. Sì, da bambino mi vedevo padre di molti.
[Anna] – E raccontami del tuo incontro con Annagrazia, quando vi siete conosciuti e innamorati.
[Giampaolo] – Questo non era preparato perché sennò l'avrei portata. L'avrei portata perché essendo tutti e due coetanei, 62enni, siamo ormai nella fase delle recriminazioni, ma abbiamo cominciato da ragazzini. Anzi, per lavoro l'altro giorno ero a Verona e le ho ricordato che noi diciassettenni in gita scolastica ci demmo il primo bacio alla Gran Guardia (che è quel bellissimo palazzo davanti all'Arena), complice tutta un'intera classe un po', fra virgolette, ruffiana che si dileguò sapendo, insomma, l'interesse reciproco nostro e quindi improvvisamente ci trovammo, fummo “forzati” a questo passo.
[Giampaolo] – Eravamo ragazzini, diciassettenni, insieme, grande amore, dopo 5 giorni «dai, ci sposiamo appena possibile» e di fatto poi…Ma proprio, questa cosa la dico sempre, e i miei figli sempre abbastanza increduli, anzi scettici – anche se si sono sposati tutti abbastanza giovani.
Dico sempre: «Guardate, noi eravamo proprio convinti, non lo dicevamo tanto per, non era un gioco, cioè noi dopo pochi giorni dicevamo noi ci sposiamo, ci sposeremo». Appunto, forse rientra anche in quell'epoca, in quei tempi, in quella temperie così, per cui eravamo tutti un po' baldanzosi, forse.
[Anna] – Bello, bellissimo. Beh, prima hai usato una parola che mi è piaciuta molto che è stata schianto.
[Giampaolo] – Eh di schianto. Sì, sì, sì.
[Anna] – Che è una parola, secondo me si associa molto bene alla genitorialità. A un certo punto, cioè, ci si schianta, ma nel senso buono. Non che ti fai male. Ogni tanto sì, però.
[Giampaolo] – Succede, purtroppo succede.
[Anna] – Un bello slancio. Quindi avete iniziato a parlare di figli e di genitorialità abbastanza in fretta con questo slancio, con questo schianto.
[Giampaolo] – Sì, benché sposati a 23 anni abbiamo aspettato almeno 3 anni prima di fare un figlio, perché sì, appunto, «faremo tanti figli», però all'inizio, insomma, diciamo, i nostri viaggi, le nostre cose, ci conosciamo, poi alla fine ho detto: «beh, insomma, è ora».
[Anna] – Certo. E visto che poi mi piacerebbe entrare a fondo nel tema dell'affido che è bello complesso, però ci terrei che tu mi raccontassi un aspetto che riguarda la nascita dei cinque tuoi figli: un aspetto, un ricordo, un'immagine.
[Giampaolo] – Allora, io a differenza di alcuni miei coetanei dell'epoca sono andato sempre in sala parto e alcuni mi guardavano un po'... Sembra impossibile, oggi sembra una roba assolutamente folle, però vi giuro che c'erano alcuni che dicevano: «ma scusa, ma no, ma insomma, non è necessario. Anzi, magari la metti in difficoltà perché deve, magari, in qualche modo, non cedere al dolore perché c'è il marito». Io sin dalla prima volta sono stato convintissimo che tutti gli insulti e gli improperi che Annagrazia mi rivolgeva, non so quante me ne sono prese, ‘ste braccia graffiate perché ero di dietro, come fanno stare. Non so se ora si fa ancora così.
[Anna] – No, no.
[Giampaolo] – Prima ti mettevano dietro, «lei stia dietro». Ma le sono servite, cioè lei non me l'ha mai verbalizzato, ma è sempre stata grata che io ci fossi.
Per me c’è stata sempre l’emozione di ogni nascita e dopo mi impressionava la somiglianza all'istante.
[Giampaolo] – Penso ai Brianzoli, gli ultimi due sono nati a Carate Brianza. Nello stordimento di quello che era ogni volta una nascita; perché appunto ogni volta, cioè c'è sempre stato quello che: «ma lei è bene che si sdrai un si metta un po' lì», perché mi vedevano. Però ogni volta, in questo bailamme, riconoscere quel volto così somigliante a quello dei fratelli era una roba che, guarda, mi vengono i brividi ancora a pensarci, anzi ti ringrazio perché magari non capita di rimmedesimarsi in queste situazioni.
[Giampaolo] – Poi insomma le sale parto, ora non so come sono, ma all'epoca insomma c’erano tanti aspetti appunto legati proprio al parto. Anzi, forse all'epoca il personale ti “tollerava” anche meno, eri un po' una scocciatura, era un po' una novità allora. Forse ora, insomma, c'è una partecipazione maggiore.
[Anna] – L’idea è che il papà partecipi. Si dà più scontato che il papà ci sia, non il contrario, quindi le cose sì, effettivamente sono cambiate.
[Giampaolo] – All’epoca invece ti sentivi che eri un po' considerato “un intruso”.
[Anna] – Certo. E quindi hai questa memoria di ognuno dei cinque.
[Giampaolo] – Questa memoria di grande emozione e poi sempre del solito piantino. Io sono sempre stato un uomo, come dire, che non ha avuto mai questo mito del non piangere.
Io ho sempre pianto.
[Giampaolo] – Ho sempre pianto, ma in maniera irrefrenabile, capito? Dice «ora no» e comunque non c'era niente da fare, mi dispiace, piango.
[Anna] – Bellissimo, menomale.
Affido e adozione: definizioni e differenze
[Anna] – Senti Giampaolo, raccontami un po' come vi siete avvicinati tu e Annagrazia al tema dell'affido. E ti chiederei, innanzitutto, per iniziare, di darmi una sua definizione per chiarire intanto i possibili dubbi sul tema, e per distinguerlo anche dall'altro grosso tema che è l'adozione.
[Giampaolo] – Sì, sì, è importante questa definizione perché l'affido è un allontanamento temporaneo di un minore dalla famiglia d'origine, perché la famiglia d'origine attraversa delle difficoltà di vario tipo, non economiche, anzi, specificatamente la legge dice che nessuno può essere sottratto ai genitori naturali perché sono poveri. Proprio lo dice anche in maniera esplicita, perché fa fuori subito questo aspetto. Ma sono situazioni: di malattia, di disagio, di disfunzionalità, che si spera si risolvano – visto che si sceglie il percorso della temporaneità, anche se questa temporaneità viene talvolta rinnovata più volte. Dura 2 anni un affido canonicamente, alla fine dei 2 anni il tribunale dei minori decide, valuta, avendo sentito tutti, se proseguire, se far rientrare il minore o se invece allontanarlo definitivamente e scegliere l’adozione.
[Giampaolo] – E quindi ha il carattere della temporaneità. Questo a chi fa affido viene sempre ricordato, nei percorsi formativi che tutte le associazioni fanno, che i comuni fanno e questo, talvolta, le famiglie affidatarie tendono un po' a dimenticarlo e ci sono situazioni poi che sono diventate anche eclatanti che sono andate sulla stampa, però l'affido deve essere temporaneo. L'adozione – anche se poi sono arrivate forme come l'adozione mite e altre – è legittimante, quindi di quel minore assumono la patria potestà i nuovi genitori.
[Giampaolo] – E noi non abbiamo la patria potestà sui figli affidati, ce l'ha il comune che dispone l'allontanamento. Infatti il genitore affidatario ha pochissimi “poteri”, deve provvedere in campo dell'istruzione, della sanità, ma entro un certo livello.
Se un mio figlio in affido deve operarsi, io non posso dire di sì al chirurgo, ma devo rapidamente avvisare e ottenere da chi esercita la patria potestà su di lui l'autorizzazione.
[Giampaolo] – Succede in tante situazioni che se c'è una gravità e non si riesce ad arrivare a questo, i medici si assumono spesso la responsabilità di operare lo stesso, perché è chiaro, insomma.
La prima esperienza di accoglienza
[Anna] – E quindi come ti sei avvicinato a questo tema? Chi vi ha parlato per la prima volta dell’affido?
[Giampaolo] – Noi avevamo a Firenze un po’ bazzicato un'associazione di famiglie affidatarie, però sempre, come dire, per curiosità, ma mettendo le mani avanti, che “non era una cosa per noi”. Quindi, diciamo che c'era una curiosità e un mezzo avvicinamento a questo [all’affido, ndr] fu una lunga accoglienza, di quasi un anno, di una studentessa giapponese che arrivò tramite questa associazione, una studentessa che andava a studiare a Firenze l'italiano, la lingua, per andare a fare lo IED a Milano. Questa ragazza, che doveva stare con noi tre giorni, poi per un inghippo, rimase quasi un anno.
[Anna] – Beh, un anno! Come mai?
[Giampaolo] – Perché quando andò in questa situazione, nella situazione d'ospitalità che avevano pensato per lei, noi dovevamo andare solo alla stazione, una giornata terribile afosa di luglio, prenderla col suo valigione enorme, farla pranzare da noi e poi accompagnarla in questo luogo. Lei quando arrivò a questo luogo fu terrorizzata un po' dalla “promiscuità”, non so, non si capiva perché poi dicevano: «no, ma parla inglese». Sapeva due parole: Internetto era una e McDonaldo era l'altra.
[Anna] – Bellissimo.
[Giampaolo] – Quindi non lo so. E allora lei ci fece capire, quasi piangendo, che lei non poteva. Anzi, no, disse proprio: «afraid», aveva paura. E allora io chiamai questo signore, questo amico e dico: «guarda, questa ragazza non vuole andare lì dove la volete mandare, ha paura, non ho capito di che, ma ha una paura matta». E lui dice «ora la sistemiamo». Fatto sta che Martina lasciò la sua cameretta, andò a dormire coi fratelli. Emy Yamagata, insomma, grandissima personaggia, poi è diventata un architetto, bravissima, siamo ancora in contatto dopo tutti questi anni, stette lì un anno. Allora, non era un affido, però lì, abbiamo ricostruito dopo, sperimentammo la bellezza dell'accoglienza.
[Anna] – È scattato qualcosa in voi.
[Giampaolo] – Sì, cioè, constatavamo, ma anche i ragazzini che allora erano piccoli, che la famiglia concentrandosi su quell'ospite – necessariamente, era una dinamica inevitabile – accantonava tutti, come si dice, l'essere magari a volte malmostosi, l'essere sversi, come si dice in Brianza. Cioè tutte queste cose decadevano di colpo (se non avevano consistenza, se non erano problemi veri). Tutto questo decadeva perché l'ospite aveva bisogno di tutte le nostre attenzioni. E quella fu un'esperienza di godimento, cioè noi fummo contenti in quell'accoglienza.
[Anna] – Si è creata una bella dinamica familiare.
[Giampaolo] – Per cui noi, come dire, avevamo un po' l'alfabeto dell'accoglienza. Era bello aprire casa a un estraneo, imparare a conoscerlo e volergli bene, insomma.
Le prime parole di una nuova genitorialità
[Anna] – Poi, però, a questo alfabeto, avete iniziato a metterci delle parole.
[Giampaolo] – Brava, Anna. Ci abbiamo messo delle parole quando abbiamo visto, già appunto in Brianza, stiamo parlando del 2010, degli amici cari che stavano abbastanza vicino a noi, a Verano, noi stavamo a Giussano, tra l'altro amici che erano arrivati come noi dalla Toscana, quindi c'era questo questo un po' slancio paesa’, no?. Per cui ci avevano fatto un po' da ponte, eravamo legatissimi. E loro avevano iniziato un affido di due fratellini marocchini molto piccoli e noi – che li frequentavamo quasi quotidianamente, soprattutto mia moglie e la moglie di questo amico – lì vedemmo questa dinamica.
[Giampaolo] – Loro, che erano già nonni all'epoca (sono un po' più grandi di noi), li vedemmo cambiare in questa dimensione dell'accoglienza: cioè loro, che avevano già tre figli, uno sposato, in questa accoglienza di bambini molto bisognosi, ma tremendamente bisognosi, cioè perché loro furono veramente un caso di grande, ma di grande necessità, di accudimento, di tutto, li vedevamo proprio come umanamente rilanciati. Perché secondo me è una nascita anche quella, ecco, è una nascita assolutamente.
[Anna] – Assolutamente!
[Giampaolo] – Noi diventiamo gli zii affidatari, di fatto, per mesi. Dopodiché loro ci dissero: «ma scusate, ma perché non fate anche voi affido?». E allora ci portarono appunto a Como, dall'associazione Cometa, di cui noi da allora facciamo parte, e cominciammo il percorso di formazione che è comunque propedeutico, che poi tu lo faccia o no. Se vuoi provarci devi fare una serie di incontri con psicologi, con operatori, con altre famiglie. Però quella molla scattò lì nel vedere, nel cogliere questa loro nuova genitorialità.
[Anna] – Nell'ascoltare una storia! Sappiamo che hanno un potere enorme le storie.
[Giampaolo] – Sì, sì.
[Anna] – E quindi avete fatto il corso, vi siete preparati?
[Giampaolo] – Facemmo il corso, sì. Allora, prima ancora… Beh, Cometa è un po' una cosa particolare. La prima cosa, la più abbacinante del corso, era cenare con loro: sono cinque famiglie affidatarie che vivono assieme, ognuna a casa sua, ma vivono in un complesso comune. Allora, che erano anche un po' meno coi figli naturali o affidati, stavano tutti, grosso modo una settantina di persone, in una sala comune dove cenavano. Mentre per il pranzo ognuno provvedeva per sé, la cena cercano sempre tutt'ora, magari turnandosi, di farla insieme. E l’affronto, diciamo, di quella realtà era arrivare a cena da loro e raccontarsi, proprio come tu hai fatto ora. Ecco, ti danno il microfono, dicono: «ecco, racconta chi sei, che ci fai qua». E quell'impatto lì, con tutti questi bambini, è davvero un'esperienza incredibile.
[Giampaolo] – Tanto è vero, e spero di non divagare, che Leonardo del Vecchio, il patron della Luxottica, fu colpito da questa stessa modalità. Arrivò lì, nemmeno annunciato, insieme a un amico di quella realtà, che è uno che si occupa delle finanze, si chiama Basilico, Paolo Basilico. Un giorno si presentò con Del Vecchio, senza dire che era Del Vecchio, cioè lo scoprirono lì e lui venne a cena e, tra l'altro, lui avendo avuto questa storia, lui era “un martinitt”, no? Era orfano di padre, ma la madre non poteva tenerlo perché era il primo dopoguerra. Lui stette diversi anni ai Martinitt e questa cosa l'ha sempre raccontata, perché, insomma, la visse sulla propria pelle. E lui andando via, accomiatandosi, io l'ho anche scritto quando lui morì, lui disse: «vi aiuterò» (loro avevano tutto uno sviluppo della scuola da fare).
«Vi aiuterò perché, in questa cena, io non sono riuscito a capire alla fine quali fossero i figli biologici e quelli in affido. Io non l'ho capito».
[Giampaolo] – E lui si preoccupava che non ci fosse disparità, cioè, essendo alla fine sempre un martinitt in qualche modo, pure avendo costruito un impero industriale, lui si preoccupava che quelli affidati fossero “di serie B”, però dice: «dopo 3 ore qui non ho capito gli uni e gli altri».
[Giampaolo] – E quindi il primo impatto è stato quello. Poi, appunto, molto più, diciamo, razionale tutto l'incontro con gli psicologi, il lavoro, l'ascolto delle esperienze poi è stato molto importante. Cominciamo lì ad andare ai loro raduni, poi un giorno, lì c'è un raduno mensile dove vengono alla fine lette tutte le esigenze dei servizi sociali che arrivano da tante parti della Lombardia, a volte anche fuori. E un giorno la direttrice dell'associazione dice: «ma questo forse potrebbe essere il caso per voi» e quindi cominciammo.
L’affido come seconda nascita
[Anna] – E com'è andato questo primo affido? Era il primo?
[Giampaolo] – Era il primo. Sì, sì, era il primo. Questa è stata proprio una nascita. Una nascita bella.
[Anna] – Questa nascita come l'hai vissuta tu come Giampaolo?.
[Giampaolo] – Intanto prima te lo figuri, è un po' come coi figli biologici, no? Ti immagini come sarà, come avrà gli occhi, il naso di lei, di lui. E poi arrivò il giorno, perché sapevamo che ci sarebbe stato, perché purtroppo era un allontanamento e doveva essere…
[Anna] – Veloce.
[Giampaolo] – Sì, nel senso che, come dire, i servizi chiedevano ex ante la disponibilità della famiglia affidataria. E quindi un giorno di maggio del 2011, che è un po' insomma la sua “seconda nascita” se vogliamo, perché magari dopo lo dirò, lui ha chiesto ora autonomamente tramite la sua procuratrice – perché dopo i 14 anni ai figli affidati viene assegnato un avvocato che è un procuratore – di poter essere adottato, senza dirci nulla, l'ha detto e quindi è una cosa. Però quel giorno lì arrivammo in questa giornata di sole in un appartamento che è destinato a questo; cioè un appartamento che è destinato o ai passaggi adottivi, perché spesso, appunto, gli affidi diventano adozioni, il tribunale individua una coppia che arriva lì, 10 giorni, a volte due settimane ci vogliono, perché quotidianamente il bambino incontra questi futuri genitori.
[Giampaolo] – Però quel mini appartamento è utilizzato anche per questi pronto intervento si chiamano. E quando entrammo in questa stanza, come un grande soggiorno con l'angolo cucina, io ebbi una sensazione disperata, cioè ebbi subito il desiderio di scappare, perché vedere questo bambino, che aveva appena 2 anni, che gli assistenti sociali cercavano di distrarre, giocando con dei giochi, ma il volto era disperato. E vedere un bimbo biondo, un fantolino, questi riccioli, io mi ricordo proprio, cioè avrei voluto essere altrove. Poi per fortuna, appunto, poi ognuno deve essere responsabile e con l'operatrice andammo lì, c'è un grande parco dietro, bellissimo, lo portammo un paio d'ore in giro a vedere i cigni, a vedere i fiori e poi prendemmo ‘sta macchina e andammo verso la Brianza. E la notte non dormii, non dormii, ma credo nemmeno mia moglie, perché eravamo tutti tesi a sentire, insomma… lui dormì, invece.
[Anna] – Intanto ti offro il caffè perché, “poverino”, lui voleva il caffè già prima dell'intervista.
[Giampaolo] – Che podcast è questo, signori! Eh, questa è una roba!
[Anna] – Con lo zucchero o senza zucchero?
[Giampaolo] – Amaro, amaro. Insomma, gli altri bevono birra, che fanno?
[Anna] – Possiamo inaugurare, secondo me, il nuovo format del podcast con caffè. Dopo una certa ora facciamo con la birra.
[Giampaolo] – Anche buono.
[Anna] – Dammi pure.
[Giampaolo] – Grazie.
[Anna] – Faccio la prossima domanda.
[Giampaolo] – Tu non l’hai preso però?
[Anna] – No, no. Sennò mi agito.
Crescere, accudire e lasciare andare
[Anna] – Tu hai iniziato questo percorso di affido dopo l'arrivo di cinque figli biologici, che quindi nel frattempo erano cresciuti. E quindi volevo chiederti, innanzitutto, cosa significa ripartire da capo con bimbi – hai detto che aveva 2 anni – con bimbi piccoli che hanno esigenze completamente diverse? Quali sono state le fatiche più grandi? Questa è una cosa. La seconda è anche come vi siete ritrovati voi, sia come coppia innanzitutto, che come famiglia con questa nuova dinamica?
[Giampaolo] – Dunque, sì, ripartire perché appunto Giancarlo che era del 2003, ormai nel 2011 aveva, cioè era un bambino già autonomo, faceva l'elementare, quindi avevamo “perso” la memoria del pannolino, anche se è vero che ne avevamo cambiati tanti. Ecco, non ricordo una grande fatica in quello, nel rientrare nella dimensione dell'accudimento così minuto, del sonno, delle cose che avevamo abbandonato da alcuni anni. E forse perché, ma ci rifletto ora, c'era questo slancio, questa grande motivazione, per cui ci sembravano quasi tutte bagatelle, insomma, anche perché onestamente lui ha aveva molto i segni della sofferenza, non cose drammatiche e tragiche, ma di grande trascuratezza, purtroppo, come prevalentemente è. Non è che ci sono storie poi da cronaca nera sempre, anzi, per fortuna.
[Giampaolo] – Fra noi, boh, non lo so, eravamo entrambi molto concentrati su questo, i figli pure e ci fu un grande concorso, era tornato l'ospite, se vuoi, no? Un ospite che era anche più bisognoso, era un ospite che ci aveva scritto in faccia questo bisogno, era tenerissimo perché era un bimbo bellissimo e quindi eravamo tutti, come dire, tutti in una sospensione complessiva almeno all'inizio. Poi per fortuna lui è stato bene e quindi diciamo le routine hanno ripreso, le routine positive, ecco, insomma.
[Anna] – Certo, dopo una fase di assestamento, insomma, è andato molto meglio. Però, pensando a questo tema, pensando alla durata anche di questi affidi. Tu hai detto che di base sono 2 anni rinnovabili. C'è un altro tema che mi viene in mente, un'altra questione che riguarda l'affezione, perché 2 anni se non di più – hai anche altre storie più longeve diciamo – sono tanto tempo e quindi…
[Giampaolo] – Lui è con noi dal 2011, quindi insomma.
[Anna] – Ah lui sì, tra l'altro lui è rimasto. Sì, sì. Però ecco gli affidi durano tanto, questo è il tema.
[Giampaolo] – Eh, mediamente è difficile, cioè nella nostra storia, di questi nove bambini e bambine, solo uno si è risolto. Vabbè, ci sono stati tre che sono stati stati proprio i tipici preadottivi, da due settimane a pochi mesi, poi sono andati in adozione. Una quarta che è stata invece quasi 2 anni.
[Anna] – E quando partono, come fai a non soffrire? Come fai? Perché tu all'inizio hai detto una frase forte, hai detto: «a malincuore spero che vada in adozione».
[Giampaolo] – Perchè noi non sappiamo chi sono questi genitori. Per esempio, i nostri affidi sono sempre stati occulti, cioè sono state situazioni di allontanamento non consensuale dalla famiglia d'origine. Quindi questo comporta che la famiglia d'origine non conosce dove viva il figlio o la figlia, e comporta che le visite – in genere quindicinali o mensili a seconda delle situazioni – siano in luoghi neutri, spazi neutri dove si accede arrivando con tutta una serie di cautele, perché non si devono incontrare.
[Giampaolo] – Noi non sappiamo la situazione e cerchiamo anche di non saperla. Perché, secondo me, è anche opportuno non sapere troppo dei problemi della famiglia d'origine, perché poi sennò siamo uomini e siamo donne, eh capito? Costruiamo degli schemi, invece è bene che il bambino o la bambina giochino fino in fondo quella partita. Cioè io ho sempre fatto il tifo per le famiglie naturali, un po' perché nel mio lavoro di giornalista nel sociale ne ho conosciute tante di storie di dolore, di difficoltà, di dipendenze, di marginalità. Quindi io idealmente ho sempre avuto questo slancio verso queste persone. Quindi ho sempre cercato di non approfondire questo. Ho sempre sperato che ce la facessero. Ecco, solo una volta è successo.
[Anna] – Che conoscessi la famiglia?
[Giampaolo] – Che rientrasse dall’affido, rientrasse dopo 9 mesi nella famiglia d'origine. Le altre volte sono andati in adozione oppure una è andata, appunto, in comunità e adesso lavora. Insomma, ci sentiamo, ci incontriamo, ci siamo visti recentemente a Genova dove fa l'infermiera, insomma una storia bella.
[Anna] – Quindi rimanete in contatto anche dopo.
[Giampaolo] – Con quelli che vanno in adozione è difficilissimo. Per fortuna, nel caso di quella che è stata con noi quasi due anni è accaduto, la vediamo, la possiamo vedere ogni tanto, la vediamo crescere, però appunto è difficile, il distacco è difficile. Io ricordo che per sei mesi mia moglie ogni sera ha pianto. Ma perché era così, insomma, una bambina che hai visto, che aveva una settimana – e ti chiamava papà e mamma, anzi babbo e mamma – e poi l'hai dovuta accompagnare.
[Giampaolo] – Però vedendola oggi felice coi suoi genitori adottivi, questo è di grande conforto per noi verso quest'altro affido che speriamo si concluda ora e che è ancora più intenso, non solo perché è durato di più, ma perché questa bambina, che ho chiamato Rossana, è, come dire, a Firenze si direbbe una giuggiolona, una bambina che chiede affetto e lo dà e, insomma, questo sarà un distacco davvero davvero tosto.
Essere padre oltre i legami di sangue
[Anna] – E vorrei farti una domanda che riguarda proprio la tua identità, perché poco fa hai detto papà, babbo, quindi, c'è una differenza tra l'essere papà biologico e affidatario? È una distinzione che per te poi nei fatti resta nella quotidianità? C'è una distinzione?.
[Giampaolo] – È l'accusa che mi fanno le mie figlie biologiche che mi dicono: «tu vuoi più bene a Tizia?». Specialmente questa ragazza che ora sta a Genova che è del 2000, mia figlia, la quarta, mia figlia biologica è del 2001, quindi son cresciute insieme e quindi lei, secondo loro, era la mia cocchina. È stata con noi 5 anni, è stato doloroso quando poi hanno cambiato il progetto su di lei e l’hanno mandata in comunità.
[Giampaolo] – Ma ecco, per tornare alla tua domanda, io non so come accada, perché accada, forse è anche un aspetto un po' misterioso, e non so se valga per tutti, però sento che anche per altri…
Cioè a questi figli io ho voluto bene dal primo minuto. Veramente il paragone della nascita è realistico, cioè gli vuoi bene. Ma, d'altra parte, mi domando come si potrebbe fare diversamente, perché cioè i problemi ci sono, non è “un pranzo di gala”, come si dice della rivoluzione: sono figli che hanno sofferto, sono bambini segnati da sofferenze importanti.
[Giampaolo] – Se si interviene negli 0-6 – grande Martino che fate questa cosa bellissima che ricorda il valore di tutto quello che accade in questa fascia d'età – noi che parliamo continuamente con gli psicoterapeuti, ce lo diciamo una volta al mese. All'incontro di gruppo con la psicologa, ce lo ricorda: «ci sono delle cose che entro una fascia d'età si riescono a medicare, a curare, a raddrizzare, dopo a volte non lo si può».
[Giampaolo] – Ci sono quelli che fanno delle vite anche abbastanza buone e c'è gente che è riuscita a riprendere gli studi, a studiare, però tutti portano dentro questa ferita, c'è poco da fare. E allora, se non fosse che gli vuoi bene a ‘sti bambini, quando sclerano come matti…forse è un meccanismo anche non razionale, di autodifesa della tua psiche che ti porta a voler bene, perché non c'è altra possibilità. Sennò sarebbe… non so, sto ragionando, ti ringrazio perché non c'ho mai fatto un grande ragionamento – di solito li faccio in maniera estemporanea – però mi do questa risposta.
[Anna] – È molto di pancia, visto che questo podcast si chiama racconti di pancia.
[Giampaolo indica la sua pancia, ndr]
[Anna] – No, non intendevo quella! [ridono, ndr]
[Giampaolo] – No, no, ma ho fatto un post spiritoso su LinkedIn dicendo: «la pancia ce l'ho». E spero di essere all'altezza della serie.
Una questione di rete e consapevolezza
[Anna] – Se avessi davanti a te una coppia che inizia interrogarsi o che si è incuriosita, magari dopo queste tue parole, e si volesse avvicinare, approfondire o informarsi sul tema dell'affido, da dove consiglieresti di partire?
[Giampaolo] – Beh, innanzitutto di verificare bene, di prendersi il tempo di verificare bene questa tensione positiva, questa vocazione, perché appunto non è un pranzo di gala. Riuso questa espressione, forse è un po’ un’ovvietà, ma è una cosa tremendamente seria, ma anche tremendamente bella. Io a volte con mia moglie ragioniamo, ora guardiamo un po' indietro in questi quasi 15 anni, e dico: «ma prima come facevamo senza?».
Pure avendo tribolato in tante situazioni, rifaremmo tutto tutto tutto. E forse lo faremmo con una consapevolezza maggiore.
[Giampaolo] – Ecco, li metterei in guardia da chi purtroppo… quando andiamo in giro (magari ci chiamano nei circoli, nelle parrocchie a parlare di questo) io mi sento un po' la responsabilità di avvisare bene le persone. Dico: «guardate, verificate tutto, fate i passi necessari, non fatelo mai da soli». Perché a volte ci sono, e li capisco, certi servizi sociali di certi comuni che hanno un enorme bisogno da gestire e “la fanno facile”, cioè dicono: «dai, guarda, prendi».
[Giampaolo] – Ecco, allora,regola numero uno: fatelo possibilmente dentro un’associazione che vi fa fare poi un percorso, ma che vi è vicina, che tu possa alzare il telefono! Io, con Cometa, posso alzare il telefono anche alle 3 di notte, chiamare una persona e dirgli “guarda, c’ho…”, o “succede questo…”. Ci sono delle situazioni dove non è che l’assistente sociale lo puoi trovare, capito? Anzi, magari non lo trovi per un mese.
Ecco, quindi, non lo fate mai da soli.
[Giampaolo] – Piuttosto, fatelo anche informalmente con degli amici, condividete questa idea con degli amici a cui volete bene, che vi vogliono bene. Cioè, fatevi aiutare, perché non sarà mai, ecco, una cosa semplice. Però detto questo, questa cosa mi ha cambiato la vita, la rifarei domani senza veramente timore di niente e mi sento sempre di consigliarla. Ma voglio avere sempre anche però, come dire, non la superficialità di dire: «sì, l'amore medica tutto».
[Anna] – Non è “tutto bellissimo, tutto facilissimo”.
[Giampaolo] – Però vedere la vita di una persona che cambia, cioè vedere una persona che – poi, dopo, facendoci i conti – cambia la prospettiva. Mario Calderini è un professore del Politecnico che si occupa di impatto sociale. Io gli sono amico perché mi occupo di quei temi lì. Mario quando è venuto a Como a parlare di Cometa – perché loro col Politecnico hanno fatto uno studio sull'impatto sociale proprio dell'accoglienza – lui al teatro sociale ha detto: «Ma scusate, qui siamo di fronte a una realtà dove non ci sarebbe più nemmeno bisogno di fare questa misurazione, perché le biografie delle persone, il cambiare il percorso delle persone che sono segnate da contesti drammatici che li avrebbero portati appunto verso la marginalità, verso la malattia psichiatrica, invece le vedi prendere un percorso, magari comunque faticoso, ma un percorso di vita».
[Giampaolo] – Quindi l'osservazione di questo – se siamo uomini e donne che fino in fondo possiamo guardare a queste persone che sono i nostri figli – è una cosa impagabile. E poi, posso dirti, una cosa che ancora dopo questi anni non mi lascia “tranquillo”, positivamente, che mi stupisce sempre, è che questi erano degli estranei e che te, improvvisamente, per un caso della vita entri nella traiettoria di un bimbo, di una bimba e non ne uscirai più. Lui non uscirà più dalla tua.
Questa è una roba che mi dà la vertigine, cioè ogni volta dico: «ma avremmo potuto non conoscerci nel mondo, no? Ci siamo conosciuti, per una casualità, e adesso siamo padre e figlio, padre e figlia, cioè».
[Anna] – Per sempre.
[Giampaolo] – Per sempre, anche quando se ne vanno, guarda. Quando ci siamo rivisti a Genova con questa ragazza è stata una roba… Lei mi manda i messaggi. Mi chiama babbo, mi “whatsappa” gli auguri, le cose, mi racconta il lavoro…
[Anna] – Giampaolo, ci tengo a ringraziarti perché la tua è una storia di cuore grande, gigante che contamina.
[Giampaolo] – Grazie
[Anna] – Quindi grazie!
[Giampaolo] – Grazie a voi dell’accoglienza!
Credits
“Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace prodotto da Nidi Fioriti, un'iniziativa che coltiva l’alleanza tra scuola, famiglia e territorio.
Musiche © Pablo Sepulveda Godoy
Produzione video © Andrea Sanna
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