Grembo Ep35

Grembo: “Mia figlia mi ha salvata” con Chiara Dallatomasina

Vi do il benvenuto su Grembo (ep. 35)

Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo.

In questo podcast vi accompagnerò attraverso storie di donne e uomini che condivideranno il loro “racconto di pancia”. Lo farò mettendo da parte i preconcetti per raccontare una genitorialità diversa, senza filtri, senza giudizi.

Il grembo è il luogo da cui tutti noi veniamo, il nostro porto sicuro, ma è anche la nostra finestra sul mondo.

Siete sempre più numerosi ad ascoltare Grembo. Se volete sostenere questo progetto, iscrivetevi al canale, lasciate le vostre recensioni e condividete gli episodi con le persone a cui volete bene.

Introduzione

«Mia figlia mi ha salvata».

Queste parole dette da Chiara mi sono rimaste addosso per molto tempo e le porto con me insieme alla gratitudine per la sua voce, la sua storia e per la fiducia che mi ha dato nel decidere di affidare la sua storia al mio microfono. Chiara è mamma di due bambini, Bianca e Filippo

Pochi mesi dopo la nascita della sua primogenita scopre di avere un tumore al seno molto aggressivo. 

A farle intuire che qualcosa non andava è stata proprio la sua bambina. Da un giorno all'altro ha smesso di attaccarsi al seno. 

Quel piccolo gesto, quel rifiuto improvviso era dovuto al cambiamento del sapore del latte, causato dall'insorgere della malattia. E così il tempo che avrebbe dovuto essere dedicato solo alla conoscenza reciproca, al recupero dal parto, al costruire un nuovo equilibrio familiare, per Chiara si è trasformato nel periodo più tosto della sua vita. Eppure quando lo racconta lo fa con la consapevolezza che quell'anno è stato quello che ha vissuto più intensamente di tutti con l'obiettivo di assaporare ogni singolo momento, di lottare per la vita e per esserci pienamente come mamma

In questo racconto siamo lontane dalla retorica della guerriera, così come dalla pornografia del dolore. In questo episodio ci sono stati tanti momenti di pausa, di sospiri, ci siamo guardate negli occhi, abbiamo celebrato la vita, la forza, la determinazione di una donna che non si è fermata alla prima diagnosi, tra l'altro sbagliata, ma che ha seguito il suo istinto, quello che sempre più spesso tendiamo a non ascoltare. 

Se sei sensibile a questi temi, prenditi il tempo giusto per ascoltare. Questo episodio tocca corde profonde. Allo stesso tempo Chiara ci ha offerto uno sguardo autentico, sincero e senza filtri su un binomio che, solo al pronunciarlo ad alta voce, fa venire i brividi: maternità e malattia, un tema necessario che merita spazio perché è parte di molte vite e noi qui celebriamo la vita.

Intervista a Chiara Dallatomasina

[Anna] – Ciao Chiara, benvenuta.

[Chiara] – Grazie! Ciao!

[Anna] – Sei emozionatissima.

[Chiara] – Molto.

[Anna] – Tira un sospiro. Siamo in famiglia, siamo a casa. Benvenuta in questo episodio di Grembo, un episodio speciale registrato nella cornice del Festival di Nidi Fioriti, che si sta svolgendo a Milano. Quindi, siamo live col pubblico, ma tu dimentica il pubblico, siamo tra di noi.

[Chiara] – Io e te.

[Anna] – Esatto. Ti chiedo di presentarti, dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia.

[Chiara] – Allora, sono Chiara Dallatomasina, ho 40 anni, abito in provincia di Lodi, ho due bimbi e un marito, Andrea. E i miei bimbi sono Bianca e Filippo. Lei ha 8 anni, quasi 9, e lui 2 e mezzo. E nella vita faccio la psicologa, la neuropsicologa ed è un lavoro che amo.

[Anna] – Chiara, oggi racconteremo la tua storia di mamma, una storia molto intensa perché oltre alla bellezza, alla meraviglia di diventare genitore, ci racconterai anche di come proprio in quel periodo di trasformazione in mamma hai dovuto affrontare una notizia sconvolgente, ovvero la scoperta di un tumore. Ma andiamo con ordine. Raccontami dell'incontro con Andrea e di come avete iniziato a parlare della possibilità di diventare genitori.

[Chiara] – Andrea l'ho conosciuto che ero molto giovane, ancora all'università, e da allora siamo sempre stati insieme. In realtà ci siamo sposati e non ci siamo posti troppe domande. Abbiamo vissuto i primi anni di matrimonio molto felici e diciamo che la gravidanza di Bianca è arrivata come una prosecuzione di quel momento bello della nostra vita. È arrivata subito, è stato un percorso molto molto sereno fino a quel momento, molto felice in realtà.

[Anna] – Tu ti immaginavi, del tipo, nei tuoi sogni da bambina c'era quello di diventare mamma un giorno?


[Chiara] – No, devo dire la verità, no. Ho sempre pensato molto al mio percorso di crescita come persona. Poi negli ultimi anni alla mia professionalità, per cui non mi sono mai immaginata mamma. È stato un desiderio che è arrivato nel tempo, dopo il matrimonio, quindi qualcosa di “naturale” su cui non ho mai riflettuto poi particolarmente, ecco.

Il parto di Bianca: tra epidurale, cesareo e primi adattamenti

[Anna] – E com'è andata la gravidanza?

[Chiara] – È stata una gravidanza proprio tranquilla, serena, molto fisiologica e senza particolari complicanze, quindi è stata una gravidanza molto bella, ecco, ho proprio un bel ricordo di quel periodo.

[Anna] – E ti stavi preparando, insomma, al parto, a quello che sarebbe stato, e sarebbe stato anche il post, come ti sei organizzata?

[Chiara] – Sì, sì, poi io sono una persona che vive molto nel qui e ora quando capitano le cose, per cui sì, mi ero organizzata – penso un po' come tante mamme, che idealizzano il momento del parto, che idealizzano il post nascita – per cui avevo un'idea molto bella e molto positiva, che poi ha trovato forma invece in un allattamento magari non semplicissimo, all'inizio. Quindi in realtà poi ho dovuto un po' modificare, in corsa, quella che era la mia idea di postpartum – a prescindere dalla diagnosi di tumore prima ancora, ecco. 

È stato un adattarsi a quelle che erano delle esigenze della mia bimba, no? 

E quindi, insomma, da questo punto di vista c'è voluto un po', però era un postparto bello, ecco, ricordo proprio positivo, di un periodo proprio felice della mia vita.

[Anna] – Ti va di raccontarmi com'è andato proprio il parto?

[Chiara] – Il parto è stato un parto un po' complicato, perché purtroppo ho avuto complicanze con l'epidurale, per cui a un certo punto ero esausta.

[Anna] – Nel senso che l'epidurale non funzionava?

[Chiara] – Purtroppo ha preso metà del corpo. Quindi metà corpo aveva in sé l'epidurale e l'altra metà no. Per cui non riuscivo a gestire le contrazioni ed ero sfinita, e per per attutire il dolore che avevo dovuto all'epidurale mi avevano fatto molta morfina (penso fosse morfina!), comunque, insomma mi addormentavo continuamente nelle contrazioni, quindi a quel punto ho chiesto il cesareo, ho detto che non ero più disponibile ad andare avanti.

[Anna] – Io ho dato, è finita. Ti eri preparata l'idea, quindi, di un possibile cesareo?

[Chiara] – Eh, sì, sì, non avevo preclusioni. Anzi, in realtà per il lavoro che faccio, occupandomi di bimbi e bimbi magari con difficoltà anche alla nascita, per me la priorità era che Bianca stesse bene, per cui a un certo punto ho detto «No, è troppo tempo, io preferisco procedere».

[Anna] – Ti ricordi quante ore erano trascorse?

[Chiara] – Boh, 10 ore, quindi ho detto «no, basta». 

[Anna] – Esatto. Quindi sei andata in sala operatoria?

[Chiara] – Sala operatoria e, a quel punto, ho fatto il cesareo.

[Anna] – Andrea era lì con te?

[Chiara] – No, Andrea non ha potuto essere lì, perché è stato un cesareo fatto un po' velocemente, quindi lui ha dovuto aspettare fuori.

[Anna] – E com'è stato questo incontro, questo primo sguardo con Bianca?

[Chiara] – Io in realtà Bianca l'ho potuta vedere un po' dopo, quindi l'ha vista in realtà prima Andrea e però vabbè, è stato un incontro meraviglioso, bellissimo, d'amore proprio.

[Anna] – Quindi, amore a prima vista.

[Chiara] – Amore a prima vista, sì, sì, direi di sì.

I primi quaranta giorni: una bimba ad alto contatto

[Anna] – E poi il dopo, che è sempre un periodo un po' intenso e difficile. Come sono state le prime ore, i primi giorni con Bianca?

[Chiara] – Impegnativi, perché lei era una bimba ad alto contatto, per cui poi all'epoca, nonostante io faccia la psicologa, non siamo tuttologi, no? Per cui avevo in mente che lei dormisse, mangiasse tranquillamente e così non era: non riuscivo a uscire di casa, non potevo metterla nella carrozzina, perché piangeva come un'aquila. E quindi i primi 40 giorni sono stati molto intensi perché non potevo far altro che averla attaccata al seno. Quindi, insomma, sono stati momenti impegnativi, non ero sola perché per fortuna avevo un bel villaggio accanto a me, però comunque impegnativi.

[Anna] – Chi c’era al tuo fianco, oltre ad Andrea?

[Chiara] – C'era mio marito, poi dopo quando lui andava a lavorare c'era comunque mia madre, mia suocera, avevo un villaggio attorno, tante amiche, persone con cui confrontarsi, però insomma è un periodo impegnativo, ecco. Mentalmente anche, no? Forse in quei momenti fai un po' fatica (quando poi è la prima gravidanza!) a pensare che quello evolverà, cioè che quel momento non è per sempre così, no? È così per un certo momento e poi tutto cambierà. 

Forse quando sei mamma per la prima volta questo non te lo dice forse nessuno, no? «Guarda, tieni duro, ma cambia questa cosa» e questo forse è quello di cui uno ha più bisogno di sentirsi dire.

[Anna] – Assolutamente. Guarda, prima di parlare con te in questo Festival chiacchieravo con un’ostetrica, che ha appena partorito per la prima volta, e le ho chiesto proprio questo, cioè il fatto che tu fai questa professione ti ha aiutata? E mi fa: «per certi versi no». 

Perché è vero che tu hai tutte le nozioni, ma quando sei tu in prima linea è tutta un'altra storia. 

[Anna] – E com'è andato invece l'allattamento? Tu volevi allattare Bianca? Cioè ti eri fatta un'idea, un piano d'azione?

[Chiara] – Ma sì, nel senso, avevo in mente di voler allattare con la serenità di dire che, se non fosse successo, andava bene comunque e quindi ci ho provato. Chiaramente col cesareo eccetera, ha fatto un po' fatica ad arrivare la montata lattea, per cui è venuta un'ostetrica casa che mi ha dato una mano e poi in realtà l'allattamento è partito, ma era un allattamento impegnativo, nel senso che lei rimaneva molto molto attaccata, per cui il tempo sembrava non passare mai.

[Anna] – Esatto. Il mal di schiena, immagino anche, certo?

[Chiara] – Anche. Quindi sì, è stato impegnativo, molto intenso. Sì.

[Anna] – Però poi una volta avviato sei riuscita a trovare un tuo ritmo.

[Chiara] – Sì, una volta avviato. Appunto, ripeto, i primi 40 giorni sono stati molto intensi, dopodiché anche lei ha preso un ritmo differente: riusciva a mangiare, assopirsi e insomma si è diversificato. 

[Anna] – Tu sei un po’ rinata.

[Chiara] – Sì, un po' rinata.

«Mia figlia mi ha salvata»: quando l’allattamento rivela la malattia

[Anna] – Arriviamo al cuore di questa chiacchierata perché, quando ti ho incontrata e mi hai un po' raccontato la tua storia, hai detto una frase che a me è rimasta proprio dentro, nel senso che mi ha proprio colpita, ovvero «mia figlia mi ha salvata». Ti va di raccontarmi cosa è successo?

[Chiara] – Sì, io questo lo dico sempre perché è letteralmente andata così. Io appunto ormai la allattavo, aveva il suo periodo di pausa, e quando lei aveva quasi 4 mesi improvvisamente ha smesso proprio di ciucciare in modo efficace da un seno – che poi era quello malato, ma io non lo sapevo. E quindi lì mi sono sentita come un tornare indietro nel tempo, no? Cioè vedevo che lei ciucciava, poi si inarcava tantissimo, quindi rimaneva molto nervosa. E io a quel punto mi sono detta: «ok, qua la priorità è il benessere psicologico, mio prima di tutto». 

Quindi ho detto: «bene l'allattamento, però io devo essere felice, serena, se devo impazzire ed essere preoccupata continuamente dal suo comportamento, non riusciamo ad andare avanti». 

[Chiara] – E quindi ne ho parlato con la pediatra, ci siamo confrontate e ho detto: «vediamo quel che succederà. Se però va avanti così, introduco l'artificiale». E in realtà così è stato perché lei di fatto non si attaccava più bene.

[Anna] – Però da solo da un lato.

[Chiara] – Da un lato, sì, questo comportamento lo aveva da un lato. Poi, in realtà, non si riusciva bene a gestire perché poi rimaneva nervosa, per cui non si attaccava più neanche dall'altra parte, diventava difficile. A quel punto ho detto: «vabbè, introduciamo il biberon» e da che non aveva neanche mai preso il ciuccio, da un giorno all'altro proprio ha preso tutto, come a dire «oh, finalmente mangio».

[Anna] – Troppa fame, sì, sì.

[Chiara] – E quindi da lì veramente, con molta serenità, ho detto:«va bene, cioè questa è la nostra strada e va bene così». Ero molto felice, molto tranquilla e ho anche ripreso il lavoro, per cui era un periodo molto bello della mia vita, devo dire. 

E quindi dico questa frase perché, di fatto, se lei non avesse smesso di attaccarsi io non avrei mai potuto scoprire poi il tumore.

[Anna] – Esatto. Però poi come l'hai scoperto? Perché tu sei passata al biberon, lei finalmente mangiava.

[Chiara] – Improvvisamente il seno si è sgonfiato dal latte eccetera. E anche lì io non ho dovuto prendere pastiglie, cioè non ho preso nulla, nel senso che proprio come se non ci fosse più improvvisamente, e quindi sgonfiandosi il seno, un giorno mi sono proprio accorta e ho sentito questo nodulo sottopelle e lì mi sono un po' preoccupata. 

Le persone attorno a me, molto tranquille, dicevano: «no, figurati, hai appena smesso di allattare, è normale, non sarà nulla di che». Però io sono un po' come San Tommaso e finché non vado a fondo, non sono tranquilla, e ho prenotato subito una visita senologica.

Ascoltare l’istinto: la diagnosi di tumore al seno

[Anna] – Quindi avevi intuito, insomma, che era qualcosa che non era…Cioè, è vero che quando smetti di allattare puoi avere mille sensazioni. È tutto nuovo. Era la prima figlia, quindi non sapevi esattamente che cosa una persona viva quando finisce un allattamento. Però tu hai avuto come quel “sesto senso”. Tipo, sì, “devo andare un po' più a fondo”.

[Chiara] – Ma io dico sempre:

Se qualcuno oggi ascoltando questa storia riuscirà ad avere il coraggio di dire «seguo il mio istinto» io ho fatto bingo raccontando la mia storia, perché se non mi fossi ascoltata e avessi detto: «vabbè, ma sì dai, rimando», oggi non sarei qua a raccontarla. E quindi io credo che prima di tutto l'importante è ascoltarsi e io sentivo dentro di me che questa cosa non era normale e ho detto: «devo farla fuori subito, devo capire subito cos'è».

[Anna] – Sì, perché siamo, purtroppo, in un'epoca in cui l'ascoltarsi non va più di di moda – nel senso che ci sono sempre ragioni diverse. Però poi tornare all'essenziale, all'ascolto, al silenzio, soprattutto in un periodo come il postpartum. Nei primi mesi, uno si affida anche molto agli altri, a chi c'è già passato, giustamente ai medici che ci seguono, però manca quel pezzettino lì, l’ascolto di sé.

[Chiara] – Secondo me hai detto bene, nel senso che siamo “bombardati” da milioni di informazioni e quindi andiamo sempre alla ricerca di informazioni per capire meglio, no? 

Invece forse è il momento di fermarci e dire «ok, ma io cosa sento? Io come sto? Cosa mi sto dicendo da sola?». Ecco, questa è la cosa più importante, secondo me. Dobbiamo un po' tornare alle origini ad ascoltarci.

[Anna] – Certo. Quindi vai a fare l'esame, e?

[Chiara] – E qui, purtroppo, è una storia di malasanità, mi dicono che non è niente, cioè il senologo mi dice: «ma signora, per me è un fibroadenoma, faccia con calma un'ecografia». E io poi ho lavorato un po' in ospedale, insomma, mi oriento un po' e quindi dico: «beh, ma come fa a dirmelo solo con una visita?». Dice: «beh, ma sa, la visita è il 50%, l'altro 50% è l'esame strumentale. Sì, la faccia, l'ecografia, la faccia con calma». 

[Anna] – La calma se la può tenere!

[Chiara] – E io dico: «no, anche no». E quindi il giorno dopo sono andata da un'altra parte a fare questa famosa ecografia. 

[Anna] – E da lì?

[Chiara] – E da lì cioè sono ricordo ancora sono entrata, mi ha accompagnato mia mamma. Poi uno se le sente le cose, non mi ha mai accompagnato nessuno alle visite, cioè alle mie visite vado da sola. A parte quelle del parto e gravidanza, a cui mi ha accompagnata mio marito, io vado in autonomia a fare le visite. 

Non so perché giorno mi ha accompagnato mia mamma, però c'era. 

[Chiara] – E lì, via, subito, appena mi hanno visitato, han fatto l'ecografia e l'ho capito subito,  perché mi ha detto: «ma signora facciamo anche la mammografia». Ho detto: «beh, ma c'è qualcosa?»; «dobbiamo capire meglio». E lì è stata un po' una doccia fredda. Il medico non voleva esporsi, ma io avevo bisogno di risposte. E quindi gliel'ho proprio detto, gli ho detto: «ma secondo lei cos'è?». «Eh, signora, non so, però, serve l'istologico». Gli ho detto: «ok, ma lei cosa pensa? Io ho a casa una bambina di neanche 6 mesi». A quel punto, sì, aveva 5 mesi e qualcosa. 

«Io a casa ho una bambina piccolissima. Io devo sapere, lei cosa pensa?».

[Anna] – E lui si è sbilanciato?

[Chiara] – No, no, non si è sbilanciato. No, però voglio dire… 

[Anna] – Lì a quel punto stavi arrivando, insomma, da sola verso la conclusione. 

[Chiara] – Sì.

[Anna] –Qual è stata la tua reazione? C'è stata una reazione di, appunto, doccia fredda, hai detto, immobilismo. O tipo, “adesso tiro fuori la grinta e andiamo a risolvere questo problema immediatamente”?

[Chiara] – Ma, per come sono fatta io di grinta – nel senso che questo fa parte del mio modo di essere. Ammetto che lì è stata una doccia fredda a cui, in quel momento, non ho dato spazio, secondo me. Cioè, sì, ero molto molto preoccupata, però ero focalizzata su quello che avrei dovuto fare. Ci siamo attivati, mi sono rivolta altrove per fare l'esame istologico e, a quel punto, ero dentro a un meccanismo che doveva per forza muoversi per cercare di arrivare a capire che cosa fosse e come risolverlo. Quindi insomma sì, dopo aver organizzato un po' tutto, dopo è venuta la parte difficile, la parte insomma tosta ecco.

[Anna] – È assolutamente tosta. È incredibile pensare, per me, che grazie all'allattamento di una bimba di soli quattro mesi tu sei riuscita pian piano a capire, insomma, che c'era questo problema e ad andare verso questo percorso di cura che poi ti ha portato fuori dalla malattia. 

[Anna] –Però la cosa più incredibile per me è che pensare che questo percorso tu l'abbia dovuto affrontare nel periodo uno dei periodi più delicati della propria vita, cioè eri neomma. Stavi già vivendo di per sé tutta una serie di cambiamenti, a cui non eri ovviamente abituata, e in più dovevi gestire questa notizia, questa nuova routine, questa macchina che doveva mettersi in moto. 

Raccontare la malattia ai bambini

[Anna] – E in questa nuova routine, come stavi vivendo tu il rapporto con Bianca? Perché vi dovevate conoscere, vi stavate conoscendo. E poi volevo chiederti come e se hai raccontato a una piccola Bianca della malattia, di quello che tu stavi vivendo.

[Chiara] – A Bianca ho raccontato della malattia da sempre, un po' perché faccio questo lavoro e le emozioni sono un po' il pane quotidiano, e un po' perché ho sempre pensato che la condivisione rende liberi, no? Cioè ci alleggerisce la vita, la semplifica. 

Molto spesso abbiamo paura di parlare ai bambini delle cose brutte. E invece le cose brutte possono essere leggere, se sono condivise, se sono parte della nostra vita e della nostra narrazione. 

[Chiara] – E quindi a Bianca ho sempre raccontato, ma veramente da quando era super piccola, soprattutto poi crescendo, anche già a 2 anni e mezzo, notava le cicatrici, vedeva le cose, quindi è sempre un po' stata raccontata la malattia. E il segno che questo da una parte è servito, e dall'altra rende vivo il fatto che i bambini, anche quando sono piccoli e non capiscono, in realtà sentono tutto, vivono tutto, attraverso l'ambiente che li circonda. 

[Chiara] – È stata la prima domanda che Bianca m'ha fatto e non la dimenticherò mai. Aveva, secondo me, intorno ai 3 anni, poteva chiedermi di tutto di quel momento, magari stare legata alle cicatrici, domande di questo tipo. Invece lei mi ricordo benissimo che mi chiese: «mamma, ma quando i dottori ti curavano tu eri triste?». E a me questa cosa m'ha proprio spiazzato perché vuol dire proprio che i bambini le emozioni, cioè sono implicite, rimangono nella pelle, anche se non sono raccontate…

[Anna] – Non puoi metterli al riparo dalle emozioni negative.

[Chiara] – Assolutamente. Noi possiamo solo contestualizzarle, no? E la sua domanda proprio ha reso questo lampante. Nessuno le aveva mai raccontato della tristezza, della malattia, le avevamo raccontato di quello che era successo e invece lei quello che ha sentito sulla sua pelle è stata la tristezza che aleggiava necessariamente in casa, per quanto io abbia tenuto duro, abbiamo giocato, le abbiamo fatte tutte quell'anno, ma lei la tristezza l'ha sentita, l'ha respirata, l'ha vissuta. 

E quindi questo proprio secondo me dà l'idea di quanto sia importante condividere a volte anche un po' le cose difficili per cui non troviamo le parole, ma che invece a volte le hanno loro le parole per noi.

[Chiara] – Il nostro era un rapporto in divenire e io il ricordo che ho è proprio dell'ultimo allattamento in cui, cioè ricordo proprio di averglielo detto: «oggi è l'ultima poppata». E quindi quello è stato forte. E poi in realtà, devo dire, in quel momento ho fatto molto focus su di me. Cioè, quindi in quel pezzo – poi da psicologa uno purtroppo fa tanti ragionamenti anche oltre – però in quel momento ho dovuto dare priorità a me, non perché io per lei non ci fossi, ma se io non stavo bene e io non ci potevo più essere concretamente, non avrei più potuto essere la sua mamma. 

[Chiara] – Quindi proprio nel frangente più forte dei primi giorni del movimento – perché poi fai l'istologico, ma l'istologico ti arriva dopo dieci giorni, quindi comunque c'è l'attesa di mezzo eccetera – ecco, lì per fortuna avevo tante persone attorno che potevano anche aiutare me e aiutare mio marito. Perché comunque in mezzo c'era anche lui, ad accudire Bianca, perché poi di fatto eravamo tutti e due molto sconvolti, molto presi dalla situazione. E onestamente il primo pensiero che ho avuto è stato – mi ricordo che lo dicevo a Elisa (Riboni, co-founder di BeBicon ndr): «ma perché adesso? non potevo ammalarmi prima?». 

[[pianti, ndr]]

[Anna] – Prenditi tutto il tempo. Io mi sto trattenendo ovviamente. 

[Chiara] – Prometto di non piangere più.

[Anna] – Promessa difficile da mantenere.

[Chiara] – Uh, dicevo. Mi chiedevo: «ma perché adesso?». Cioè, perché non prima? Non potevo ammalarmi prima di avere Bianca, no? Perché il pensiero va alla morte, quindi dicevo, almeno non l'avrei lasciata da sola, senza una mamma. E il mio pensiero era quello, anche se poi dopo lei è stata la mia forza, no? 

Mi ha fatto nascere due volte.

La retorica della guerriera

[Anna] – Questa cosa che dici è ovviamente fortissima perché è terribile perché, tra l'altro, quando si parla di malattia c'è tutta questa ambivalenza e c'è anche un altro aspetto, che secondo me è molto importante, che riguarda il tempo. Se intrecciamo questo tempo al tempo della maternità, cioè il tempo, diciamo, della malattia, il tempo della maternità, ecco, ha dei ritmi diversi. C'è un tempo che può sembrare rallentato, sospeso, fatto di attesa e poi c'è il tempo di cura. Insomma, come l'hai vissuto tu questo tempo?

[Chiara] – Ma ti dirò, il primo momento è stato un momento, appunto, dove ho faticato a essere mamma. Ero “Chiara che cercava di sopravvivere”, questo nell'immediatezza della diagnosi. Dopo, quando entri nel giro della cura, dove ti spiegano quello che farai – quindi nel mio caso ho fatto i primi esami strumentali, poi la chemioterapia e poi l'intervento dopo. Dopo, quando è tutto più chiaro, io lì quando dico no, mi ha fatto nascere due volte perché poi lì ho detto: «ok, adesso che ho sistemato tutto, adesso posso fare la mamma». E quindi lì è chiaro che facevo la mamma nello spazio in cui riuscivo, cioè era intervallato. È un po' distopico, no? Cioè, al posto che lavorare andavo a curarmi e poi tornavo a casa ed ero comunque la sua mamma. 

[Chiara] – E poi la forza mia, ripeto, perché io sono fatta così, non vuol dire che chi lo fa in modo diverso è sbagliato, però a me lei ha dato la forza di dire «No, io devo farcela», ma soprattutto non a guarire, perché quello è purtroppo non lo puoi sapere come andrà, ma a dire: «questo è il mio anno con lei». E per il tipo di tumore che ho avuto io, che è purtroppo quello più aggressivo al seno, io sapevo la statistica, quindi sapevo quante probabilità potevo avere di esserci l'anno dopo e quindi mi dicevo: «ok, ho un anno, questo anno deve essere l'anno più bello della nostra vita». Cioè io ci devo essere, il peso di essere la sua mamma quest'anno non posso perderlo. 

[Anna] – Adesso fai piangere a me. Mi devo… un attimo.

[Chiara] – Prendi un bicchiere d'acqua. 

[Anna] – Me lo fate bere? Scusate! No, perché, c'è una parola che io non volevo usare in questa intervista, che quando si parla di malattie la sento spesso ed è la parola guerriera.

[Chiara] – Io la odio.

[Anna] – Ecco. Bene. Ecco perché è una parola che io non riesco ad affidarla a una persona che vive quella malattia. 

[Chiara] – Ma no soprattutto, perché il guerriero dà l'idea che se non ce l'hai fatta sei sconfitto. E non è vero, se non ce l'hai fatta sei solo sfortunato. 

[Anna] – Bene, abbiamo fatto anche chiarezza sui termini da usare.

Vivere la cura mentre si è mamma

[Anna] – Quindi intraprendi questo percorso di cura. Quanto dura?

[Chiara] – È durato, tra tutto, un anno e mezzo. Forse meno. Un anno, dai, circa un anno.

[Anna] – Un anno quindi di chemio e poi operazione.

[Chiara] – Chemioterapie e poi l'intervento.

[Anna] – Fai l’intervento e, uscita dall'intervento, cosa ti dicono?

[Chiara] – Ma è andata in realtà molto bene, nel senso che la chemioterapia ha funzionato molto bene, sono stata operata, avevo un residuo minimo tumorale, per cui è andato tutto molto bene. E a quel punto il grosso, secondo me, che nessuno vede è il post. Perché a quel punto, lo dico sempre, è come se tu sei su una grossa giostra e siccome io ero molto concentrata a curarmi, a cercare di stare bene, a fare la mamma, in tutto questo ero dentro a una grossa giostra dove tutto è organizzato, no? 

Hai il giorno della chemio, cioè è tutto molto standardizzato, come dire, e tu in qualche modo ti senti “protetto”, anche perché sei dentro a un sistema che sta funzionando in quel momento. 

[Chiara] – E alla fine quando vai a fare la chemioterapia trovi sempre le stesse persone – almeno dove andavo io era un centro piccolo – e quindi ritrovi le stesse persone tutte le settimane, le infermiere diventano delle amiche, cioè diventa tutto un qualcosa che assomiglia a una quotidianità

[Anna] – E a un accompagnamento.

[Chiara] – È un accompagnamento, sì. È solo che poi a un certo punto ti dicono: «ok, prego, è finita».

[Anna] – Finita, vai.

[Chiara] – E io credo che lì sia il momento più di smarrimento, perché non cioè dici: «ok, adesso come andiamo avanti?». E poi, di fatto, tu lo sai che non è finita qui, nel senso che poi ci sono i controlli, c'è lo sperare che tutto vada bene e tu sai quanti anni hai per capire se davvero è andata bene o no, perché più o meno nel tumore che avevo io – che si chiama triplo negativo – sai che i primi tre anni sono quelli cruciali, per cui…

[Anna] – Ogni appuntamento è un’attesa.

[Chiara] – Ogni appuntamento è un’attesa, sì, da gestire. Ecco, quindi è quello il momento in cui veramente fai i conti personalmente con la paura, no? Perché ok, dici: «sembra che sia andato tutto bene» e poi: «se non fosse così?» ecco, quello personalmente è stato il momento più di smarrimento.

[Anna] – Però, pian pianino, un passo alla volta questi, diciamo, appuntamenti li hai fatti, li hai vissuti, insomma, con l'attesa, la sospensione, però poi ti hanno portato pian piano verso una tranquillità.

[Chiara] – Sì, sì. Per fortuna. Ho fatto tutti i miei controlli, è sempre andata molto bene e quindi sono qua oggi.

La nascita di Filippo e la rinascita di Chiara

[Anna] – Quando ti ho incontrata mi hai condiviso delle immagini molto forti e molto belle. Tu mi hai detto che «Bianca è figlia della notte» perché con lei avete vissuto dei momenti difficili, intensi, invece «Filippo è figlio del sole» perché rappresenta la tua rinascita. La rinascita. Mi racconti quindi dell'arrivo di Filippo?

[Chiara] – Ah, Filippo è così, è arrivato. Boh, uno non sa perché è arrivato. È arrivato. 

[Anna] – Perché doveva arrivare!

[Chiara] – Perché doveva. [si emozionano, ndr]

[Anna] – Siamo tutti in buona compagnia, vedo. Tranquilli, stiamo andando verso il sole, ragazzi, quindi sorridiamo perché arriva il sole. [si rivolge al pubblico, ndr]

[Chiara] – Filippo è stato, appunto, il sole perché non era particolarmente cercato, nel senso che abbiamo detto: «ma sì, se dovesse arrivare…». Ero ormai fuori da dalla malattia, dal rischio di malattia e, da un pochino, eravamo riusciti a tirare un po' un sospiro di sollievo e ci siamo detti: «vabbè se dovesse capitare». 

[Chiara] – Io avevo scelto di non fare la conservazione, cioè potevo scegliere di rimandare l'inizio della chemioterapia per fare la conservazione, ma ho scelto di non farla perché la mia priorità in quel momento era sopravvivere per Bianca e quindi mi sono detta: «quel che sarà, sarà», no? E quindi non pensavo neanche che arrivasse facilmente Filippo e invece è arrivato. Ecco.

[Anna] – Quindi, quanto tempo dopo è arrivato?

[Chiara] – 6 anni e mezzo dopo.

[Anna] – La gravidanza di Filippo com'è andata?

[Chiara] – Anche quella bellissima. Sì.

[Anna] – Fisiologica. Tutto ok.

[Chiara] – Fisiologica. È stato bene.

[Anna] – Sei arrivata al parto a termine?

[Chiara] – Sono arrivata al parto a termine, sì.

[Anna] – È stato un cesareo anche questa volta?

[Chiara] – Sì, è stato un cesareo, a quel punto, programmato, sì, sì.

[Anna] – E hai vissuto delle differenze dopo tutta la storia che avevi alle spalle. Proprio quel giorno di nascita, come l'hai vissuta? 

[Chiara] – Intanto al parto c'era presente Andrea ed è stato un parto d'amore, no? Rispetto al precedente, è stato un parto proprio d'amore, di condivisione, ecco, molto bello che ha reso anche lui molto partecipe e quindi proprio una bella esperienza. E poi comunque, credo un po' come tutte le volte che si diventa mamma per la seconda volta, chiaramente è una maternità più consapevole, per cui tutto ciò che prima pensi che non passerà mai lì lo affronti con la consapevolezza di dire: «oggi è così, ma poi non sarà più così tra 6 mesi». Anzi, adesso sono un po' “avida”, no? Quindi dei momenti in cui dico: «no, ma dopo questo non ci sarà più». 

[Anna] – Ti capisco, profondamente!

Come parlare del dolore ai bambini

[Anna] – Stavo riflettendo perché volevo concludere con una domanda che in realtà un po' mi hai anticipato, però io te la faccio lo stesso, perché magari rimane un pensiero in più per le persone che ci stanno ascoltando e che riguarda il tema dell'elaborazione. L'elaborazione del dolore, dei momenti difficili.

[Anna] – Vorrei comunque approfittare del fatto che, davanti a me, ho una psicologa, quindi approfittiamone, perché quando si attraversano momenti delicati e complessi come può essere una malattia, ma anche la gravidanza stessa, spesso abbiamo ancora questa immagine stereotipata della super mamma – la guerriera, se vogliamo,  che non ci piace, l'abbiamo già detto – e tendiamo a non condividere, a non condividere la sofferenza, a non mostrarla, a tenerla per noi, a non mostrare le cicatrici, anche se tu mi hai raccontato che le cicatrici, sì, le hai mostrate. 

[Anna] – Però i bambini ci osservano fin da piccolissimi, da quando sono nati, e quindi ti chiedo allora, dov'è secondo te il giusto equilibrio tra il desiderio di proteggerli, perché comunque vanno protetti, proteggerli anche dal dolore e dalle brutture anche del mondo da un lato e dall'altro la necessità di essere sinceri, onesti, del mostrarsi vulnerabili e non infallibili. Dove sta il giusto mezzo secondo te?

[Chiara] – Ma il giusto mezzo mi viene da dire è non essere spaventati, no? Cioè noi Possiamo raccontare le cose brutte ai bambini, senza spaventarli. Possiamo far vedere che siamo tristi senza che il dolore ci faccia soccombere. 

Quindi è un po' questo, cioè, mostrarci innanzitutto autentici, raccontare quello che può effettivamente accadere nella vita e affrontarlo pezzo per pezzo. E questo io credo sia la cosa più importante. E dà anche a loro la forza di dire: «ok, ce la si può fare, no?»

[Chiara] – E io credo che a Bianca questo sia rimasto molto addosso, perché lei me lo chiedeva, me l'ha poi chiesto nel tempo, mi ha chiesto: «mamma, ma tu potevi morire, mamma?». E io le ho detto «sì, amore, potevo morire. Però non è stato così, perché la malattia a volte ti fa morire, a volte no», e quindi porta nuove riflessioni congiunte con la verità, ma con lo sguardo rivolto anche a situazioni che si possono risolvere. 

[Anna] – Grazie Chiara, io ti ringrazio perché, insomma, questa storia intensa di tanta vita e tu l'hai condivisa qui con noi oggi e ti sono eternamente grata di questo.

[Chiara] – Grazie a voi.

[Anna] – Grazie di cuore.

[Chiara] – Grazie, grazie, è stato bellissimo. 

Credits

Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace prodotto da Nidi Fioriti, un'iniziativa che coltiva l’alleanza tra scuola, famiglia e territorio, a partire dai più piccoli.

Musiche © Pablo Sepulveda Godoy

Produzione video © Andrea Sanna
In questo episodio, Anna è stata ospite di Young Folks, che si ringrazia per l’accoglienza.

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