Grembo Racconti di latte

Grembo: “L’allattamento è un affare di famiglia” con Denise Robles

Vi do il benvenuto su Grembo, racconti di latte (ep. 34)

Ciao, io sono Anna Acquistapace e vi do il benvenuto su Grembo, racconti di latte – una serie speciale di episodi dedicati all'allattamento.

Si dice spesso che l'allattamento sia la cosa più naturale del mondo e, in effetti, il latte materno è un nutrimento straordinario: sempre pronto. alla giusta temperatura, sostenibile, e fatto su misura per il nostro bambino o la nostra bambina.

Nella nostra cultura abbiamo davanti agli occhi immagini di allattamento fin dall'antico Egitto, quando la dea Iside veniva raffigurata mentre nutriva il figlio Horus. Eppure allattare non è affatto scontato.

Naturale non significa sempre facile.

Avviare un allattamento sereno può essere una sfida. Ci sono ostacoli, dubbi, momenti di fatica, ma come in ogni passaggio delicato della vita, ciò che fa la differenza è il sostegno che riceviamo, quello che ci aiuta a trovare una posizione più comoda, uno spazio sicuro, una parola gentile.

Per questo vogliamo raccontarvi le storie di latte. Ascolteremo voci di mamme che condivideranno la loro esperienza con tutte le sfumature che portano con sé. Lo faremo insieme ad un'ostetrica e consulente dell'allattamento, Arianna Ciucci, che ci offrirà la sua prospettiva di esperta. Arianna è anche autrice del libro “La buona nascita”, edito da San Paolo, e lavora nell'associazione Gepo.

Certo, Iside era una dea, ma anche noi non siamo da meno. Avere accanto qualcuno che ci accompagna, ci ascolta e ci informa può davvero fare la differenza per vivere questa esperienza in modo più consapevole e soprattutto più nostro. Buon ascolto!

Se volete sostenere questo progetto, iscrivetevi al canale, lasciate le vostre recensioni e condividete gli episodi con le persone a cui volete bene.

“Grembo, racconti di latte”, supported by Inglesina

Prima di lasciarvi all'ascolto di questo episodio, vorrei dedicare un momento a parlare del brand che ha reso possibile questa produzione, Inglesina.

C'è qualcosa di profondamente misterioso nel momento in cui un bambino arriva al mondo. È la vita che si rivela in uno sguardo nuovo che incontra il nostro per la prima volta. Quello sguardo è prezioso e nasconde un'emozione che ci fa sentire parte di qualcosa di più grande.

Quello sguardo lo conosce bene Inglesina, che dal 1963 accompagna le famiglie in questa trasformazione. Ogni prodotto che crea nasce dall'attenzione, dallo studio, dalla comprensione profonda dei bisogni di chi nasce e di chi accoglie, perché Inglesina sa quanto sia importante il benessere dei più piccoli e avere gli strumenti giusti per affrontare questo viaggio con consapevolezza, sicurezza e fiducia.

Credo fermamente, come Inglesina, che prendersi cura dei più piccoli significhi prendersi cura del futuro. Sosteniamo le mamme, i papà, le famiglie, perché ogni bambino che nasce porta con sé lo spettacolo della vita. 

E ora lasciamoci sorprendere dalle storie di Grembo. Buon ascolto!

Introduzione

«L'allattamento è un percorso di fiducia. Fiducia verso se stessi e verso il proprio bambino». Prendo in prestito le parole dell'ostetrica Arianna Ciucci per riassumere la storia di Denise Robles. Una storia intensa e sfaccettata che ha preso forme diverse con ognuno dei suoi tre figli. Denise è una mamma giovane in controtendenza con un paese in cui la maternità arriva sempre più tardi e questa sua scelta non l'ha certo messa al riparo da sguardi curiosi o commenti fuori luogo, ma bastava vederla allattare per capire che non poteva essere la “babysitter” dei suoi bambini, era semplicemente la loro mamma. 

Attraverso il suo racconto di latte abbiamo percorso storie uniche e molto diverse tra loro. Mi sono emozionata nell'ascoltare la sua esperienza di diversi giorni in terapia intensiva. In quello spazio, l'allattamento è stato lo strumento per rendere Denise una mamma protagonista e non solo in attesa. E proprio di TIN [terapia intensiva neonatale, ndr] abbiamo parlato con Arianna, che ci ha aiutato a guardare a quel tempo così delicato con occhi nuovi, liberarsi dal senso di colpa, destrutturando l’immagine idealizzata che si ha del proprio bambino e restituendo dignità al vissuto dei genitori. 

Abbiamo parlato del valore del sostegno e dei gruppi di mamme perché le storie condivise contano. Vedere altre donne allattare conta, ricevere il giusto supporto conta, perché l'allattamento è anche un affare di famiglia dove ogni membro può e deve sostenere la mamma ed è proprio per questo che siamo qui.

Intervista a Denise Robles

[Anna] – Ciao Denise, benvenuta al microfono di Grembo! Sono molto felice di averti qui e in questa intervista parleremo di allattamento, quindi una storia di nascita, ma anche di allattamento e lo faremo in compagnia di Arianna Ciucci che è ostetrica e ci darà la sua prospettiva anche di consulente del latte. Come prima domanda, come da tradizione in questo podcast, ti chiedo di presentarti, dirmi chi sei, quanti anni hai, dove vivi, di cosa ti occupi e da chi è composta la tua famiglia.

[Denise] – Che bello, non vedevo l'ora di rispondere a queste domande. Io sono Denise Robles, ho 33 anni, vivo a Monza e per lavoro disegno appunto percorsi creativi per infanzia e famiglie, con musica, storie, letture, movimento. E la mia famiglia è composta da cinque persone. Alberto detto Barza, il mio compagno di vita, e il nostro magnifico trio Leandro di 9 anni, Romeo di 5 e Sole di quasi 3 anni.

[Anna] – Beh, siete una grande famiglia e hai un'età giovanissima. 

[Denise] – Sì.

[Anna] – Quindi vuol dire che hai iniziato presto, giusto? La tua esperienza di maternità arriva in giovane età e già su questo volevo farti una domanda. Come hai vissuto quel momento, cioè la trasformazione in mamma e poi se ti eri fatta già un'idea dell'allattamento quando eri in attesa del tuo primo figlio. 

[Denise] – Com'è arrivata quella notizia? Allora, io arrivo da una famiglia molto giovane. I miei genitori mi hanno avuta a 20 e 21 anni. I miei nonni anche sono molto giovani, per cui non dico che me l'aspettassi, però avevo già pensato a quello che poteva essere per me “essere mamma”, poi sono la prima nipote e la prima sorella, quindi la più grande, e, come si dice sempre, nella nostra famiglia non ha mai smesso di esistere Babbo Natale. Quindi abbiamo avuto sempre bambini, tant'è che, appunto, i miei cugini hanno solo 10 anni di differenza con Leandro che è arrivato quando io avevo 23 anni e mio cugino mi ha detto: «Ma come? Quindi anche i bambini possono avere bambini?».

[Denise] – Perché chiaramente io ero cugina, no? Ero in un ruolo che non era ancora chiaramente quello dell'adulto, anche se io già studiavo, lavoravo, per cui è arrivato come un fulmine a ciel sereno, ma mi sentivo in realtà in quel momento pronta come donna. Stavo studiando, stavo lavorando, vivevo da sola da diversi anni. Non ero pronta come coppia, ci conoscevamo da veramente molto poco con Alberto, da solo sei mesi. Però ricordo proprio quel momento come un momento dove ci siamo guardati e ci siamo detti: «facciamolo!». 

Avevamo la possibilità di scelta e questo ci ha aiutato tantissimo, ma mi ricordo proprio che lui mi ha guardato e mi ha detto: «guarda, se dovessi diventare papà con qualcuno, quella saresti tu, a occhi chiusi».

[Denise] – E questa cosa mi ha dato grandissima forza perché sentivo di non avere qualcosa che realmente mi portasse lontana dall'idea di mamma e questo perché appunto la mia mamma è ostetrica, come te (Arianna). 

Quindi io sono cresciuta in una famiglia, in un rapporto come mamma e come figlia, sempre aperto, senza tabù, dove quindi anche l'idea di una gravidanza, di un allattamento era all'ordine del giorno, non mi faceva paura.

[Denise] – Un po' era l'incoscienza dei 23 anni, ma realmente io potevo, avevo gli strumenti per potermi immaginare quel momento – io credo poi a posteriori – con immagini reali, perché mia mamma è sempre stata molto brava a raccontarci i lati positivi, ma anche i lati di fatica dell'essere mamme. E quindi questo poi mi ha portata ad accompagnare Alberto che invece si approcciava alla paternità proprio in una maniera completamente diversa dalla mia, perché lui era stato l'unico e ultimo bambino della sua famiglia. In un modo molto dolce, mi sono sentita proprio di potergli spiegare realmente le cose, perché le avevo fatte mie in quei 23 anni di vita, grazie alla mia mamma. Quindi, insomma, è stato speciale comunque anche quel pezzetto. Ci ha anche permesso di costruire una bella coppia solida, sia di genitori che come coppia, diciamo, amorosa.

[Anna] – Quindi la notizia dell'arrivo di un bambino è stata accolta, insomma, mi pare di capire con gioia, con felicità. 

[Denise] – Sì! 

[Anna] – Per te l'allattamento era una cosa, sarebbe stata, diciamo, un'attività naturale, normale?

[Denise] – Sì, assolutamente.

[Anna] – Ti sei preparata comunque nel periodo della gravidanza? Come ti immaginavi la cosa?

[Denise] – Eh, io sicuro a quell'età mi immaginavo quel momento come il primo momento in cui mi sarei presa cura del mio bambino, no? Era quella l'immagine che avevo, anche perché l'avevo vissuta come sorella, come cugina. Quel momento dell'allattamento l'avevo vissuto proprio, non so, lo vedevo come l'immagine, la prima immagine che mi veniva in mente – ancora prima di quella della gravidanza – era quella dell'allattamento, il modo di prendere il bambino, no? Era proprio la prima immagine. Per cui aspettavo quel momento. Non mi sono preparata granché, diciamo. Forse più nelle gravidanze successive.

Sapevo magari di avere bisogno sicuramente di essere meno stanca, di arrivare avendo dormito o magari di prendermi cura della pelle, del mio corpo, di quanta acqua bevessi, eccetera. 

[Denise] – In quel momento, quella prima gravidanza l'ho vissuta proprio con grande serenità da quel punto di vista.

Allattare fuori casa: comfort, libertà e fiducia in sé

[Anna] – Uno dei grandi vantaggi dell'allattamento al seno, dicono, è quello di allattare un po' ovunque. È molto comodo perché non ti devi portare praticamente nulla con te e, il latte è sempre a disposizione, non abbiamo bisogno di granché. Eppure ad oggi, nel 2025, allattare in pubblico, ovvero fuori, diciamo, dalle porte di casa nostra, può essere visto ancora con uno sguardo che talvolta è anche un po' giudicante. E visto anche la tua età, perché avevi 23 anni, col tuo primo figlio, giusto? Ero curiosa di sapere se hai mai sentito questi sguardi un po' giudicanti su di te mentre allattavi o anche banalmente nel tuo quotidiano con un bimbo così piccolo.

[Denise] – Io sì, avevo 23 anni, poi sembravo anche più giovane in quel momento. Quindi già in gravidanza, molto spesso mi è stato chiesto anche: «ma sai quale sia il papà?».

Dici: «Ma, insomma…» un po' queste domande che… Poi io ero in una situazione in cui potevo riderci su, potevo arrabbiarmi comunque ho questo senso di giustizia, anche conoscendo il lavoro di mia mamma e il modo in cui mia mamma fa l'ostetrica e tratta le sue pazienti. Comunque mi faceva già arrabbiare, però ero in una situazione di privilegio. Io potevo sapere, sapevo chi era il papà, sapevo che il mio compagno comunque era presente e ben disposto a fare il papà insieme a me, nonostante la giovane età. Lui aveva 28 anni, ma comunque eravamo giovani.

[Denise] – Ma soprattutto ricordo poi con l'allattamento, l'arrivo di Leandro, quando lo portavo in giro, soprattutto il primo e il secondo anno di vita suo, pensavano fossi la tata e quindi, molto spesso, quando ero con lui, le mamme mi hanno chiesto: «ma caspita come sei brava con lui, ma quanto prendi l'ora?». E questa cosa chiaramente nel momento in cui io scoprivo il seno per allattarlo, cadeva, crollava e quindi c'era questo sguardo del: «ma è tuo?».

[Anna] – “Lo allatti anche”. 

[Denise] – «Lo allatti anche! Ma con la maturità, come fai?». E io già in realtà in quel momento, anzi, insegnavo inglese anche all'università, agli universitari. Quindi sì, l'ho vissuta, l'ho vissuta e io credo anche di averla vissuta come grande paura. Avevo paura di non essere presa sul serio anche come mamma negli ambienti educativi, negli spazi educativi che poi Leandro ha abitato. È legato all'allattamento, soprattutto questo, no? Questa cosa che sembravo più giovane, era “strano”.

[Anna] – Certo. E poi siamo anche circondati da un immaginario dove appunto i figli si fanno in generale più tardi.

[Denise] – Sì.

[Anna] – Per cui sei un po’ in “controtendenza” rispetto alle statistiche. 

[Denise] – Sì, assolutamente.

[Anna] – E quindi ad oggi effettivamente può stupire questa immagine. Poi dire: «sei la tata?» eccetera, «ma lo allatti anche?» quello è un passo che magari bisogna pensarci un attimo prima di farlo. Però, ecco, la cosa importante che comunque tu sei riuscita ad andare anche oltre questi commenti. 

[Denise] – Sì, sì.

[Anna] – E a proposito dell'allattare ovunque lo desideri, che è una cosa molto bella, ma allo stesso tempo mi chiedo, effettivamente è possibile? Possiamo allattare ovunque, in qualsiasi situazione, condizione? O è meglio avere alcune accortezze?

[Arianna] – Allora, come definizione sì, come Denise ci insegna, è possibile veramente farlo ovunque. 

L'allattamento e il latte sappiamo che è definito il primo alimento a chilometro 0, è sempre pronto, alla temperatura giusta, non serve nulla, quindi estremamente comodo. 

[Arianna] – A mio parere le “accortezze” devono essere un po' sul sentirsi smart come madri, cioè, nel senso, mi risulta difficile anche nella pratica, cioè raramente incontro madri che nel primo mese di allattamento dicono: «va bene, sono qui sulla panchina», iniziano a dire: «oddio, mio, non ho il cuscino, lo sgabello sotto i piedi», eccetera. C'è bisogno forse, soprattutto un po' all'inizio – proprio perché è un qualcosa che dobbiamo imparare, non ce l'abbiamo così spontaneo nelle mani, quindi lo dobbiamo un po' provare, sperimentare, sentire, capire – sicuramente di un po' di tranquillità. All’inizio sia proprio di ambito, nel senso di ambiente dove mi trovo ad allattare, quindi la comodità, il cuscino, ribadisco, lo sgabello, eccetera, che mi aiutano a trovare una posizione confortevole, sia mi viene da pensare anche a una tranquillità ambientale.

Perché una delle cose che va ad impattare tantissimo su come l'allattamento riesce a progredire è proprio la sensazione del giudizio, cioè il sentirsi giudicate è un qualcosa che blocca proprio l'allattamento, cioè l'atto dell'allattare. 

[Arianna] – E quindi mi vien da dire finché non siamo in una condizione di tranquillità e di comfort, forse un ambiente tranquillo può essere il posto ideale. Mi viene anche però da dire, dopo un po', cerchiamo di sbloccarci, perché ci sono delle mamme che poi rimangono legate. «E adesso come faccio?». Dai che ce la possiamo fare a uscire, ad allattare anche in giro, eccetera. Quindi, zona di comfort, sì, ma non per sempre. No.

Gravidanza e rete di sostegno

[Anna] – Torno a Denise perché in realtà siamo partiti a bomba sul tema allattamento, ma vorrei farti una domanda riguardo, appunto, la gravidanza e il parto di Leandro, per poi anche passare agli altri. Com'è andata la prima gravidanza?

[Denise] – Uh, è andata bene. Ero la prima delle mie amiche ad avere questo momento così diverso. È andata bene. Mi ricordo che ho lavorato fino alle ultime settimane. In quel momento lavoravo come guida al Museo della Scienza della Tecnica e davo anche lezioni di inglese in giro, ma ricordo proprio i colleghi che mi dicevano: «no, dai, basta il sottomarino adesso, non fare più le guide», perché in effetti con la pancia non riuscivo più a passare.

[Anna] – Non è larghissimo, oggettivamente.

[Denise] – Ma io mi sentivo benissimo.

[Anna] – Spieghiamo un attimo il sottomarino, scusate – per chi magari non è di Milano. In questo museo c'è un sottomarino che è enorme, vero, però gli spazi sono un po’ angusti.

[Denise] – E le guide passano proprio lì. È bellissimo, io vi consiglio di andare. Le guide passano attraverso proprio queste porticine, per cui, ecco, non era, diciamo, la cosa più agile. Ma io mi sentivo talmente bene che potevo continuare. È stato bello perché ricordo proprio questo periodo in cui, in realtà, ci sono state tante tappe nella vita, anche di coppia, che sono successe durante questa gravidanza.

[Anna] – Perché voi eravate insieme da sei mesi?

[Denise] – Da pochissimo, sì, quindi la scelta: «Cosa facciamo? Andiamo a vivere insieme?» «Sì». «Cosa facciamo? Andiamo in vacanza?» E sì, andiamo in vacanza che è stata forse, credo, non la prima, ma l'ultima vacanza ed è stato bellissimo. Anzi, tutt'ora ridiamo pensando che la Toscana – in quel momento eravamo andati in Toscana – era bellissima. Avevamo fatto un sacco di giri e avevamo avuto anche modo e tempo di parlare tra noi, perché comunque era una coppia molto giovane, proprio anche come periodo e tempo passato insieme, quindi la gravidanza l'ho passata bene, ma non mi sentivo ancora così sicura, così serena nel parlare di tante cose che invece ruotano attorno alla gravidanza con Alberto. 

Insomma, avevo la mia mamma, avevo le donne della mia famiglia, la mia famiglia molto presente, lei sempre molto sul pezzo e ha lasciato comunque molto spazio alla mia persona anche a vivere la gravidanza come la desideravo io. Non è diventata la mia ostetrica, è sempre rimasta la mia mamma, anche se poi al parto c'è stata lei, c'è sempre stata lei, è stato bellissimo. 

[Denise] – Ricordo un parto che vabbè, adesso ci ridiamo su, ma Leandro aveva il cordone tipo Miss Italia, quindi sono dovuta stare nella stessa posizione per praticamente tutte le ore, ma è stato abbastanza veloce, un parto indotto proprio per quello, perché comunque questa posizione non ci piaceva molto. Avevo molte contrazioni preparatorie, per cui insomma la sofferenza fetale era un qualcosa che ci preoccupava, quindi abbiamo optato per questa induzione, ma in realtà, appunto, il corpo si stava già preparando, quindi questa induzione è partita subito ed è stato un parto “divertente” perché ci guardavamo e dicevamo: «ma allora manca poco, manca sempre meno, ci siamo, no?». E Alberto giocava a un giochino al telefono e mi guardava, e io guardavo queste contrazioni che si disegnavano sul foglio e dicevo «guarda, sembra il Duomo!». Sembravano veramente due salami, messi lì, due ragazzini. 

[Denise] – Però è stato bello anche per quello, perché poi a un certo punto è arrivato il momento delle spinte. Sono state un po' di spinte, c'era la mia mamma lì, ma io non vedevo l'ora. Non vedevo l'ora. E quando è arrivato ricordo la mia mamma che ha “smesso” di essere ostetrica in quel momento, basta, nonna, ha lanciato la palla a qualcun altro. E in quel momento io ricordo di aver guardato Alberto e, insomma, il Barza non aveva mai preso un neonato in mano, l'ha preso ed era tutto così veloce. Eravamo passati da essere innamoratissimi, tra una birretta e l'altra, a essere mamma e papà, ma è stato bellissimo. È stato proprio un momento che io ricordo come punto in cui ho detto: «bene, da qui in poi sono comunque sempre io». 

Non mi sono sentita così snaturata nonostante fossi giovane, nonostante non me l'aspettassi assolutamente, nonostante comunque avessi versato le mie lacrime, nel momento in cui avevo visto quelle due linee, quel positivo, ma io ero pronta e sapevo di potercela fare in qualche modo.

[Denise] – E comunque c'era la mia mamma, quindi insomma.

[Anna] – Bello.

[Denise] – C’era anche mia sorella, tra l'altro, proprio in quel momento era entrata anche mia sorella. Quindi mi sono sentita molto accolta anche nella mia totale non-esperienza. 

[Anna] – Ecco, però una storia di famiglia.

[Denise] – È stata una storia di famiglia. Siamo stati molto accompagnati e anche proprio nei primi anni. Quindi questa sensazione si è poi protratta nei primi anni con Leandro, questa sensazione di essere accolti, in qualche modo accompagnati anche nella crescita come coppia. 

[Anna] – Sì, sì. È molto bella questa cosa perché non siamo abituati ad ascoltarla in generale.

[Arianna] – No, infatti ho preso appunti. 

[Anna] – Stai prendendo appunti? [ridono, ndr] 

[Denise] – Siamo stati fortunati.

[Arianna] – Ho preso appunti, mi sembrava interessante!

[Anna] –  Sì, diventa una questione di coppia perché, attenzione, ovviamente la parte di nucleo familiare è fondamentale.

[Denise] – Assolutamente.

[Anna] – Però avere lì intorno a te queste figure che ti sostengono – hai fatto anche il gesto con le mani (per chi ci ascolta, ha fatto proprio il gesto di sostenere) – è bellissimo. Sarebbe bello ritrovare questa tribù che accoglie l'arrivo di un bambino e anche dei genitori che, soprattutto se giovani, magari hanno bisogno di questo supporto.

[Arianna] – Supporto e contenimento anche, mi viene da dire, nel senso bello

Contrazioni uterine e il ruolo dell’ossitocina nell’allattamento

[Anna] – E com'è partito l'allattamento con Leandro?

[Denise] – Oh, con Leandro è stato bello, perché lo sentivo così piccolino e mi sentivo così nella posizione in cui volevo essere. Avevo sentito mia mamma parlare di posizione rugby, posizione di qua, così tante volte, anzi l'avevo anche aiutata a disegnare queste figure stilizzate più volte per i suoi corsi di preparto, che era un po' anche quella dimensione dell’adesso voglio provare io come si fa.

[Anna] – Adesso tocca a me!

[Denise] – Adesso tocca a me. E ricordo che anche il sapere di aspettarmi quel dolore iniziale, quelle contrazioni nelle prime settimane. Io sapevo, perché l'avevo sentito dire tante volte che a un certo punto, dopo un paio di settimane circa, non mi avrebbe più fatto male, mi sarei svegliata un giorno e avrei detto: «caspita, sto allattando e non sento più fastidio». Ed è stato così.

[Anna] – Cosa sono queste contrazioni, Arianna?

[Arianna] – Allora, due cose. Allora, contrazioni, penso che ti riferisci alle contrazioni uterine.

[Denise] – Sì, sì, certo, esatto. 

[Arianna] – Ok. Quindi, abbiamo sempre un ormone magico che si chiama ossitocina che è un ormone che agisce sull'allattamento in quello che è il riflesso di eiezione del latte, quindi fa fuoriuscire il latte dal corpo della donna mentre il bambino poppa. 

Ma questa ossitocina preziosissima è anche l'ormone delle contrazioni uterine. 

[Arianna] – Quindi uno dei passaggi di salute dell'allattamento nei confronti della donna è anche proprio che la suzione fa sì che entri in circolo l'ossitocina e quindi l'utero pian pianino possa ritornare ai volumi pregravidici in un tempo ridotto. Si riducono le perdite ematiche, quindi ha un processo di involuzione aiutato dall'allattamento. Quindi queste contrazioni…

[Anna] – In gergo i morsi uterini?

[Arianna] – In gergo i «morsi uterini».

[Anna] – Si diceva una volta?

[Arianna] – No, è un gergo che si usa ancora. Si usa soprattutto nelle pluripare, ovvero nelle donne che hanno avuto più figli, perché questa attività contrattile del post partum è più intensa nelle donne che sono al secondo o al terzo figlio.

[Denise] – Posso confermare questa cosa.

[Anna] – Confermo anch’io. 

[Arianna] – Esatto. Infatti hanno questo nome un po' spiacevole.

[Anna] – Sì, sì, sì.

[Arianna] – E quindi è un po' quella l'attività contrattile che avviene sempre per questo ormone che va a lavorare su diversi livelli, e il livello fondamentale è il legame che si crea con il nostro bambino. 

[Denise] – Io credo che sia importantissimo parlare di questo e capire il perché una sta sentendo quel disagio, quel dolore, anche imparare ad attraversarlo, credo. Perché credo, e ne parliamo tanto spesso anche con mia mamma, che sia proprio una delle cose che nelle prime due settimane, a una persona che magari non ha mai sentito parlare di questo, spaventi. 

E a volte il dolore non scompare, no, quel disagio non scompare. Però sapere che c'è lì “per un motivo” può aiutare, e quindi io credo che sia veramente fondamentale parlare di questo, anticiparlo.

[Anna] – Assolutamente. Siamo qui apposta. [ridono, ndr]

[Denise] – Esatto, infatti sono molto felice!

Gravidanza e parto durante la pandemia

[Anna] – Tutto è andato per il meglio, mi pare di capire. Allattamento avviato e, poi, passiamo già al secondo perché…

[Denise] – Esatto, io credo che sia andato tutto bene, anche perché potevo permettermi in quel momento di tornare al lavoro nella misura e nei tempi che ho voluto. Cosa che con Romeo non è successa.

[Anna] – Perché? Raccontaci un po' la storia dell'arrivo di Romeo e delle differenze rispetto all'attesa, il parto e il dopo.

[Denise] – Romeo è stato un bimbo cercato, ci siamo guardati e abbiamo detto…

[Anna] – Vai, si riparte. Dopo quanto?

[Denise] – Facciamolo di nuovo. E sono passati 4 anni e mezzo. Quindi dopo 4 anni. ci siamo guardati e abbiamo detto: «facciamolo nei nostri termini!». Ahimè è arrivato il Covid. 

[Anna] – Ecco.

[Denise] – Quindi la gravidanza di Romeo l'ho vissuta bene fino a febbraio 2020, quindi più o meno fino ai 7 mesi ho lavorato, continuavo a lavorare, in quel momento insegnavo inglese in una una scuola dell'infanzia paritaria per cui facevo un po' l'insegnante Jolly, saltavo da una classe all'altra con il mio ukulele e il mio pancione. Però poi, ahimè, è arrivato il Covid, io l'ho preso e non lo sapevamo, in quel momento eravamo proprio agli inizi, avevamo perso gusto, olfatto e però ancora non si sapeva che fossero appunto strettamente collegati al Covid, quindi non avevamo la certezza.

[Denise] – Però io dopo qualche settimana mi sono svegliata una mattina in una grande confusione, dita blu, sepsi, quindi corsa in ospedale, un mese di ospedale, di controlli, di isolamento da Leandro, da il Barza. La fortuna di avere la mia mamma che poteva essere lì con me, ma, ecco, è stato difficile perché comunque è un mese di…

[Anna] – Ricovero. 

[Denise] – E grandissima incertezza! E in questo caso io credo che tutto quello che io sapevo, grazie a mia mamma, non è che mi avesse aiutato così tanto: perché sapevo tutto quello che poteva andare storto.

[Anna] – Certo.

[Denise] – È andata bene, sono tornata a casa, però dopo 10 giorni di nuovo mi sono sentita, ho avuto la sensazione proprio di questo ritorno di temperatura. La temperatura che stava salendo. Avevo provato la temperatura, ma era 36.4°. Non era vero, non avevo febbre, ma io sentivo qualcosa. In quel momento Alberto mi ha guardato e mi ha detto: «andiamo». Quindi sono arrivata in ospedale che ero di 37 settimane, quando mi hanno messo il monitoraggio, il cuore di Romero era fuori dal foglio, un monitoraggio che non avevano mai visto, anzi venivano a vederlo!

[Anna] – Certo.

[Denise] – E io avevo 37.5°.

[Anna] – Ti fermo un attimo, ripetimi bene il nome della diagnosi.

[Denise] – Non è stato facile arrivare a una diagnosi. 

Avevo avuto una sepsi, un'infezione nel sangue derivata, poi l'hanno capito, da un calo delle difese immunitarie che avevo avuto dopo il Covid.

[Anna] – A causa del Covid, ok.

[Denise] – Non ero più positiva, ma le difese erano talmente a terra che un batterio che normalmente abita il nostro corpo aveva raggiunto il sangue. 

[Arianna] – Era diventato patogeno.

[Denise] – E quindi mi aveva portato a questo malessere che in quel momento non si capiva. Il cuore di Romeo stava manifestando una sofferenza. 

[Arianna] – Era molto accelerato, quindi.

[Denise] – Molto accelerato, fuori da appunto questo foglio che faceva vedere…

[Arianna] – La sua frequenza. 

[Denise] – Sì, e quindi hanno indotto il parto, hanno deciso per l'induzione perché era in quel momento nel mio quadro era la scelta migliore. sia per me che per Romeo. Io quel parto lo ricordo come un parto molto più difficile, ma anche lì la consapevolezza del dolore, di quello che comunque mi era successo nelle settimane prima, mi faceva comprendere il perché. Ero stanca, quindi lo ricordo con grande forza, in realtà.

[Denise] – Adesso se lo penso in quel momento, ricordo mia mamma che dormiva nella sala accanto perché aveva fatto un turno, quindi dormiva perché sapeva che mancava ancora qualche ora. Ricordo questa ostetrica, questa sua amica che mi aveva accompagnato sotto la doccia con quest'acqua sul pancione. Io seduta e veramente ogni volta che la vedo mi viene voglia di abbracciarla perché è stata veramente una manna dal cielo. Ma ancora appunto questa consapevolezza di dire: «ok, so che passa, so che mi sento così perché non sto bene, ma è quello che devo fare perché questo parto s’ha da fare». 

Ecco, bisognava tirare fuori questo bimbo.

Quando il neonato va in terapia intensiva

[Anna] – Com’è andata?

[Denise] – Ah, è andata bene, comunque è stato bello. Lo ricordo, lui è uscito con queste mani in alto come un supereroe e mi ricordo che ho pensato: «sì, siamo supereroici, ce l'abbiamo fatta ad arrivare a questo parto naturale!». Lui subito in braccio, subito pelle a pelle, così come è stato anche per Leandro e per Sole. 

Subito ha cercato il seno, ma quando ha cercato il seno ha iniziato a diventare blu. 

[Denise] – E credo sia stato con noi mezz'ora, poi mia mamma si è allarmata. In quel momento, tra l'altro, non si sapeva ancora se io fossi positiva al Covid o no, quindi il personale faticava a entrare in quel reparto dell'ospedale. C'è stato un po' di movimento, ma poi quando sono arrivati i medici (perché fortunatamente eravamo in un ospedale dove il reparto che si occupa poi dei neonati è proprio lì accanto) si sono resi conto che Romeo avesse bisogno di cure e l'hanno portato via. 

[Denise] – Io in quel momento ricordo di essermi seduta, di aver guardato Alberto e di aver detto: «ok, andiamo a vedere cosa succede». «Ma come? Ma hai appena partorito?» «No, io ho bisogno di andare a vedere, ho bisogno di seguire il mio bambino». Cioè, al di là di quello che poteva essere il “come stai, come non stai”, io avevo bisogno di alzarmi. E anche lì ho trovato grande rispetto. Mi hanno detto: «va bene, siediti. Vai, ti accompagniamo, se poi avrai bisogno, siamo qui accanto». Ma non mi hanno fatto restare lì. 

[Denise] – Ricordo quel momento di entrare nella terapia intensiva neonatale come un momento fortissimo. Ricordo forse più quello che il parto. Sì, ricordo Romeo con queste braccia in alto. Ricordo la sensazione che lui volesse attaccarsi al seno ed è quella che poi mi ha portato grandissima forza nei giorni che hanno seguito il parto. Ecco perché insomma… 

Allattamento in TIN: il potere della cura e del contatto

[Anna] – TIN è un acronimo che sta per “terapia intensiva neonatale”. È una parola che non vorremmo mai sentire in relazione a una nascita, ma che purtroppo, come ci sta raccontando, Denise, accade. E nonostante la fatica che innanzitutto fa rivivere questo ricordo a te, Denise, vorrei affrontarla qui con la delicatezza, ma anche con qualche riflessione che spero possa aiutare ora e/o in futuro delle mamme e dei papà che ci sono passati o che ci passeranno. A proposito di allattamento, adesso Denise ci racconterà poi cosa è successo dopo. 

[Anna] – In relazione all'allattamento in TIN, vorrei chiedere ad Arianna quali sono le dinamiche e le emozioni che entrano in gioco in una mamma che si ritrova con un bimbo ricoverato in TIN. In che modo l'allattamento può effettivamente essere un supporto molto prezioso in quel momento?

[Arianna] – Immediatamente dopo il parto qualsiasi mamma, indipendentemente dall'abilità di sopravvivere al di fuori del grembo materno del suo bambino, quindi indipendentemente dal fatto che abbia bisogno di essere supportato oppure sia cosiddetto “neonato fisiologico” dove va tutto bene, in tutte le mamme c'è un grande trambusto emotivo. È un qualcosa che è anche studiato, riconosciuto, c’è questo periodo ricchissimo di sensazioni e di emozioni che viene proprio un po' definito il periodo dell'ambivalenza, no? Quindi queste onde, questi picchi che portano dalla felicità, dall'estrema consapevolezza, alla fatica, al non sentirsi adeguate dall'altra parte, quindi tutte, anche con una bellissima nascita e un bambino in condizioni spettacolari, passiamo da quella cosa. 

[Arianna] – Mi viene da dire, per un genitore che ha appena partorito e quindi passa da questi meccanismi di adattamento, e in più ha un bimbo in difficoltà, tutto viene amplificato all'ennesima potenza. Quindi le sensazioni sono contrastanti, spesso sono sensazioni non belle, paura, senso di colpa talvolta.

[Arianna] – Noi nella nostra cultura abbiamo sempre questo senso di colpa che uno dice: «cosa ho fatto di male?». Eppure spesso e volentieri le mamme che hanno un bimbo in TIN dicono: «eh, magari potevo stare più attenta. Non ho riconosciuto quella sensazione del corpo, potevamo non arrivare a questa cosa». Quindi tante volte ci si porta dietro un senso di colpa. E poi c'è un passaggio particolare che è quello di destrutturare l'immagine che ti eri creata nella mente del tuo bambino, ok? Vabbè Denise aveva un bimbo di 37 settimane, quindi immagino che a livello di peso e grandezza fosse un bimbo, tra virgolette “normale”.

[Denise] – Sì, sì.

[Arianna] – Però spesso e volentieri in terapia intensiva hai bambini molto piccoli. E quindi tutto ciò che crea quell'aspetto “accattivante” del neonato che è fatto apposta così, no? I bambini hanno una bella faccia perché devono far sì che noi ci innamoriamo di loro. Ti ritrovi con questa cosa fragilissima, con questo bambino da una parte fragilissimo e dall'altra parte potentissimo. 

Per questo vengono un po' definiti piccoli guerrieri i bimbi della terapia intensiva. 

[Arianna] – Quindi da una parte questo bimbo fragilissimo, piccolissimo, proprio scarno. Con questa pelle quasi traslucida, nessun cuscinetto adiposo, eccetera, e quindi anche tutto l'immaginario del classico bimbo che tutti ci aspettavamo crolla – è un'elaborazione costante, ribadisco, anche con l'essere molto sospesi. Una realtà che si vive tanto – non so, magari Denise se ti ritrovi in questa cosa–  nelle terapie intensive è che non c'è mai uno sbilanciamento da parte del personale, sono sempre, giustamente, molto precisi e oggettivi nel dare le informazioni riguardanti il bambino e le speranze le aprono solo quando sono sicuri che quelle speranze le possono aprire. Quindi tu passi i giorni senza avere speranze, sospeso, quindi capisci che è tutto molto complesso.

[Arianna] – In tutto questo ci possono essere diverse reazioni Ci sono genitori che si paralizzano e dicono: «bene, deleghiamo, noi siamo qua, facciamo quello che ci viene detto». E ci sono invece genitori che si iniziano a interrogare su come poter magari essere attori di un percorso di cura. Ok? 

[Arianna] – Diciamo che i canali fondamentali di questo percorso di cura sono due che poi si ritrovano fondamentalmente: uno la pelle, che non va mai dimenticata. Nelle terapie intensive si fa questa cosa che si chiama Kangaroo Mother Care, ovvero per molte ore, quando è possibile, mettere il bimbo a contatto con la pelle della madre, del padre (di uno dei due genitori), perché è un modo per aiutarlo a star meglio, per aiutarlo a termoregolarsi meglio, per aiutarlo a contenere gli ormoni dello stress, per aiutarlo anche a contenere tutte quelle cose dolorose che deve affrontare un bambino in terapia intensiva – quanti prelievi, quanti sondaggi, e quante mani addosso. Un bambino che non era pronto per avere le mani addosso, perché teoricamente doveva finire alcuni passaggi all'interno della pancia. Quindi il primo canale universale fondamentale che può offrire anche il nostro partner è la pelle

Questa cura non è una cura solo per il bambino, ma è una cura anche per il genitore, perché nel contatto con la pelle si vanno a produrre quegli ormoni del legame fondamentali. 

[Arianna] – E poi c'è tutto il mondo dell'allattamento, che è un cammino coraggioso perché significa attaccarsi a un tiralatte, cioè è ben diverso se mi attacco un bambino al seno e se mi attacco al tiralatte. Però nelle mamme che sono riuscite a far questo passaggio meccanico – perché significa ogni 3 ore mi attacco al tiralatte, mi sveglio di notte, eccetera, guardo la foto del mio bambino perché ti dicono: «quando ti attacchi al tiralatte osserva la foto del tuo bambino, pensa a lui, perché diventa più facile tutto questo percorso», eccetera. A un certo punto nel fare questa cosa, le mamme che vivono questo percorso si sentono che quello che possono fare, quella forma di cura che in quell'istante possono avere nei confronti del loro bambino, è portare queste borse di latte che hanno tirato nel giorno, nella notte, e consegnarle al personale della terapia intensiva.

[Anna] – Con un grande gesto di cura.

Vivere la terapia intensiva neonatale da madre

[Anna] – Torno da te Denise per chiederti, allora, che tipo di attrice sei stata tu in questa terapia intensiva?

[Denise] – Io ricordo proprio il momento in cui eravamo lì. Io e Alberto siamo riusciti a stare dentro la terapia intensiva neonatale solo quei primi minuti iniziali in cui ci hanno detto che effettivamente ci aspettava qualche giorno, almeno, davanti. 

Era tempo Covid, quindi solo un genitore al giorno poteva entrare. Potevamo scambiarci, ma voleva dire che per tutta quella giornata poteva entrare solo quello di noi, solo quel genitore. E sono stata io, perché la mia scelta è stata proprio quella di cercare di dare il mio latte al mio bambino. 

[Denise] – Mi ricordo che la prima cosa che ho chiesto è stata: «quando posso toccarlo?». Non potevo, potevo solo guardarlo, potevo toccarlo molto poco. L'unico momento in cui potevo sostenerlo erano quei 30 secondi in cui gli cambiavano il pannolino. E quindi io mi sono fatta promettere di essere chiamata anche durante la notte per il cambio pannolino. Io andavo, dormivo un pochino, «Denise, cambio pannolino!» e scendevo, perché comunque sono stati 10 giorni, mi ritengo fortunatissima, ma in quei 10 giorni io quella cosa lì l'ho fatta, in quel momento io l'ho sostenuto, altrimenti non avrei potuto farlo. 

[Denise] – È stato tostissimo. Mi ricordo di averlo guardato e di sentire quel senso di colpa (di cui parlava Arianna) non verso di lui, perché io invece avevo sentito proprio che il mio corpo era riuscito a a portarlo fino a quelle 37 settimane, grazie alle quali in quella stanza lui era ciccio, era grosso, perché in più era abbastanza anche grandino per le sue 37 settimane. Per cui mi dicevo: «bene, ce l'abbiamo fatta, brava!». Ce l'abbiamo fatta ad arrivare a quelle 37 settimane, così doveva essere perché, ahimè, tutte quelle infezioni che avevamo avuto, quelle difficoltà a livello di salute che avevo avuto io, non avevano permesso ai suoi polmoni di trattenere, insomma, di creare quel surfattante, quella sostanza poi che è quella che che ti danno per maturare i polmoni. Quindi lui, nonostante fosse grosso, non aveva i polmoni maturi. 

Ma non mi sentivo in colpa per quello con lui, mi sentivo quasi in colpa ad avere paura di fianco a tutti quei bambini così piccoli di cui hai parlato tu prima, no? Perché io quei primi giorni li ho passati in questa che era la sala di quelli che avevano bisogno di cure più intense, ed erano tutti piccolissimi. 

[Denise] – Invece lui era un grandone, però, ecco, poi dopo pensavo, ma io comunque sono qua, io comunque devo essere in questa sospensione del tempo e, comunque, l'unica cosa che posso fare per mio figlio è cercare di dare il mio latte, quello posso fare. Allora, mi ricordo che mi sono seduta con mia mamma nella saletta della TIN e con il tiralatte ho pensato: «devo farcela!».

[Anna] – Era la prima volta che ti approcciavi a un tiralatte?

[Denise] – Sì, perché con Leandro in realtà non era stato necessario. Forse l'avevo provato, ma quello piccolino, insomma, questo era…

[Arianna] – Quello ospedaliero! [ride, ndr]

[Denise] – Quello ospedaliero! Che ha un certo timore, perché ha dei rumori, delle cose, devi metterlo… Ed ero in questa stanza quasi da sola, però io non riuscivo a guardare la foto del mio bambino perché era tutto pieno di tubi. Era pieno di quei tubicini e non lo riconoscevo, non riuscivo a guardarlo perché mi faceva veramente male. Quindi io pensavo. ancora una volta, alla consapevolezza di doverlo fare per un fine che era quello di aiutarlo e comunque io sapevo di poterlo fare perché l'avevo già fatto. 

Credo che averlo vissuto durante una seconda gravidanza, durante un secondo allattamento, per me sia stata la chiave. 

[Denise] – Tra i milioni di bottigliette, comunque sono stata, devo dire, fortunata in questo senso, sempre. Tant'è che ho cercato anche informazioni per donare il mio latte, perché so e ho visto che non tutti sono fortunati quanto me. È stato anche un po' quello forse il senso di colpa, che non era colpa, ma non volevo far sentire male chi di fianco a me invece stava faticando ad avere quelle poche gocce per il suo bambino, per cui dopo le prime ore, le prime volte, avevo deciso di tirare il latte nella mia stanza. Ma per rispetto alla fatica dell'altro.

Ogni goccia di latte conta

[Anna] – Vuoi aggiungere qualcosa Arianna?

[Arianna] – Sì, voglio aggiungere qualcosa, un po' più aneddotico. Tante mamme si ritrovano in questa cosa della fatica, delle poche gocce, e tante mamme ti chiedono: «vale la pena?». Sì, bisogna portarsi a casa questa cosa. Vale la pena anche poche gocce perché il mondo dell'allattamento è un mondo magnifico, a mio parere, con tantissime sfaccettature, e una delle cose che succede al latte quando si ha un bambino nato pretermine, in difficoltà, eccetera, è che quel latte cambia composizione. Adesso non è il caso di Denise perché, in realtà sei finita in terapia intensiva con un bambino praticamente a termine, però:

Il latte di una mamma che partorisce a 33-34 settimane è diverso dal latte di una mamma che partorisce a termine ed è un latte più concentrato, in poco, “io devo dare giù una bomba di energia a quel bambino”. 

[Arianna] – È ricco di fattori immunitari e di fattori protettivi, quindi anche quelle poche gocce, no? Perché si ha sempre l’idea di dover produrre grosse quantità, ma anche con quelle poche gocce si parte da lì. Bisogna sempre dirselo: «bene, queste ci sono e queste do». Quindi non pensare che sia una fatica vana.

[Anna] – Bellissimo. Sì, sì. E quindi sei riuscita a tirare il latte?

[Denise] – Sì.

[Anna] – Il latte però lo somministravi tu? 

[Denise] – No, no, lo somministrava inizialmente nei primi giorni proprio una macchina. Lui era alimentato a sondino nei primi giorni, perché non poteva uscire da quella che era la sua culla, dove aveva CPAP, soprattutto perché aveva bisogno di ossigeno, quindi non poteva prendere neanche un biberon, per cui c'era il mio latte attaccato a tutti questi macchinari.

[Denise] – La terapia intensiva è un ambiente dove, dopo i primi giorni, impari a muoverti. Sono dei rituali: arrivi, ti lavi le mani, ti metti il camice, anzi, ti metti il camice, ti lavi le mani. E c'era questo frigo dove mettere il latte con l'etichetta con il nome del tuo bambino. Penso di non averlo mai scritto così tante volte il nome di Romeo e mi ci sono innamorata in quel momento, perché era diverso da tutti quegli altri che vedevo. Era proprio il mio. Però ecco, era raro avere una mamma che riuscisse effettivamente nelle primissime ore ad avere il latte

Un errore ospedaliero, l’incontro di latte e il ritorno a casa

[Denise] – Una delle volte che sono andata da lui per il cambio pannolino, ho guardato appunto questo macchinario di cui parlavamo poco fa e ho visto che nella boccetta c'era un latte bianchissimo. Ora lo saprà Arianna meglio di me che non è così, quel latte l'avevo tirato e l'avevo guardato così tanto, sapevo proprio…

[Anna] – La sfumatura.

[Denise] – La sfumatura di giallo che per me era oro realmente e quindi non era il mio e ho pensato subito “c’è qualcosa che non va”.

[Anna] – C’è stato un errore.

[Denise] – La prima cosa che ho pensato è stata forse – ed è lì il nostro senso di colpa – forse c'è qualcosa nel mio latte che non va bene per lui, «perché non gliel'hanno dato?». E invece era un errore. L'infermiere di quel turno non mi aveva ancora vista perché erano proprio le prime ore, per cui non c'eravamo ancora incontrati, e io sono andata a chiedere, mi ha detto: «no, ma gli ho dato questo perché non c'era il latte». «Come non c'era?», «Eh no, non c'era». E io sapevo che avevo tirato abbastanza. Perché prendeva, appunto, come dicevamo prima, pochissimo. «No, non c'era», «Ma no, c'è, guarda, di sicuro», io cercavo di convincerlo. «Allora, avrai sbagliato tu, non l'avrai messo nel posto giusto». 

Mi ricordo che in quel momento ho deciso di lottare, di lottare per quello che pensavo fosse giusto. E quindi ho detto: «Guarda, io mi siedo qua, quando tu hai un momento, andiamo insieme al frigo e ti faccio vedere che sono nel posto giusto». 

[Denise] – E sono rimasta e mi ricordo che mi guardava. Alla fine poi siamo andati insieme e c'era. La risposta che io mi sono data è che non credo che lui si aspettasse che ci fosse del latte tirato per un bambino di meno di 12 ore di vita. Io credo, mi sento di aggiungere a questa cosa, che assolutamente fosse legato anche al fatto che il reparto non è semplice, anzi. 

[Arianna] – Eh no!

[Denise] – Io poi questa persona l'ho vista e rivista nei giorni successivi e non è che me la sono presa. A posteriori, ti posso dire che per me è stato difficile quel momento perché il senso di impotenza era estremo. L'unico modo che io avevo per sentirmi vicina a Romeo, come avrei voluto, era quello. 

[Anna] – Era quello, certo.

[Denise] – E quindi vedere quel latte lì, insomma, mi ha fatto sentire una rabbia che poi è uscito tutto il mio lato latino [ridono, ndr]. Però ecco, poi l'ho perdonato, nel senso, ho capito, ma perché vedere la TIN in attività è tosta. E ti fa capire anche il grandissimo lavoro che fa.

[Anna] – Sottolineavo questo aspetto non ovviamente per puntare il dito contro il sistema ospedaliero, altroché, ma proprio anche per sottolineare la forza anche di dire: «io sono qui, quando vuoi andiamo di là, lo guardiamo insieme». 

Non è da tutti, Denise, lo dico perché soprattutto a 12-24 ore dal parto, dove avremmo anche tutto il diritto di starcene allettate a riprenderci dalle fatiche, non è scontato. 

[Anna] – Quindi ecco, ci tenevo a sottolinearlo, anche per fare in modo che sia di ispirazione per qualcuna che magari un domani possa dire: «ho la forza di farlo, voglio farlo, si può fare». Quindi poi dopo questi 10 giorni intensi siete tornati a casa?

[Denise] – Sì, siamo tornati a casa. Sono in realtà riuscita a prenderlo e ad allattarlo già credo fosse il settimo giorno, quando è riuscito a togliersi tutti i vari cavi. Ricordo quel momento come un momento veramente, io credo, più bello del parto stesso, veramente. Perché il ricordo del parto è un momento un po' misto alla paura. Invece in quel momento lì mi ricordo di averlo visto, il viso era così bello e poi era il giorno che l'avevo rivisto dopo tanti giorni in cui, invece, aveva avuto questa mascherina per respirare, quindi questo momento incredibile dove lui si è attaccato, subito. È stato veramente incredibile. Mi viene la pelle d’oca a pensarci perché è stato bellissimo.

[Anna] – Il momento dell’incontro. 

[Denise] – Sì, sì, ricordo ancora il viso.

[Anna] – Il tuo bimbo non l’avevi ancora incontrato.

[Denise] – Bellissimo, bellissimo. 

È stato proprio un incontro dove ho detto finalmente questo è il dove voglio essere, no? Con il mio bambino. Ed è questo che posso fare per te

[Denise] – E sapevo poi anche il valore per i giorni a venire, no? Perché ancora avevamo qualche giorno da passare lì e finalmente poterlo attaccare al seno, poterlo avere addosso. Sapevo il valore, grazie comunque anche a mia mamma e anche, devo dire, in quel caso a quanto loro fossero stati chiari sull'importanza di essere lì presenti per lui. Per cui era sempre aperto, ti permettevano di andare. È stato proprio bello, un bel momento.

Il terzo allattamento: libertà, serenità e consapevolezza

[Anna] – E com'è andata con Sole? Quali sono state le differenze? Ci sono state, immagino, differenze.

[Denise] – Sì, sì, tante differenze. Io ero una persona completamente diversa rispetto a quello che era il mio tempo trascorso con Sole. Perché poi Romeo dopo il terzo mese, lui è di maggio, io a settembre poi ho ricevuto la notizia per cui se io non fossi tornata a lavorare a scuola il mio contratto non sarebbe potuto poi essere rinnovato. In tempi di Covid tutto quello che era invece il mio lavoro nelle scuole, come insegnante di inglese esterna, era fermo completamente. Quindi in quel momento con Alberto ci siamo guardati e abbiamo detto: «ok, troviamo il modo».

[Denise] – Però io ho passato tutti i primi mesi dell'allattamento, il primo anno di allattamento, che avevo preso il monopattino elettrico per metterci esattamente 8 minuti a tornare a casa perché arrivavo, aprivo la scuola, poi pausa alle 11:00, andavo e mi connettevo all'università perché intanto mi stavo laureando, cioè stavo facendo il percorso di laurea, allattavo lui 2 ore e poi tornavo a scuola per chiudere il pomeriggio. 

[Anna] – Mamma mia!

[Denise] – Mastite, stanchezza, tutto quello che potevo vivere con quei ritmi l'ho vissuto. Con Leandro era stato diverso perché sì, verso la fine, mi ricordo di spremere in aula maestre il latte di Leandro, ma era ormai più per togliere, diciamo, l'eccesso. Invece per Romeo volevo esserci e infatti con lui c'è stato comunque anche un po' di artificiale, perché io non potevo fisicamente essere presente tutti i momenti in cui aveva bisogno di me. 

[Anna] – Certo. 

[Denise] – E invece, con Sole, ho deciso di esserci. Potevo prendermi la mia maternità, la mia disoccupazione, l'ho presa tutta, perché volevo che quell'esperienza fosse diversa. Volevo anche esserci per quell'età così particolare che era quella di Leandro, quella di Romeo che comunque avevano 7 e 2 anni e mezzo.

[Anna] – Piccoli, certo. 

[Denise] – E quindi è stato un allattamento bellissimo, perché in quel caso nessuno aveva più niente da dirmi. Quando ho il terzo figlio, basta. Chi ha più opinioni? La tua conta di più.

[Anna] – Oh, finalmente!

[Denise] – Infatti è stato completamente vero!

[Anna] – E poi è stata di nuovo un'altra storia di famiglia perché a quel punto l'allattamento anche gli altri fratelli più grandi lo vivevano, penso, in prima persona.

[Denise] – Bellissimo, li prendiamo sempre in giro che saranno puericultori, soprattutto Romeo che era così piccolino.

[Anna] – Ormai è tradizione di famiglia.

[Denise] – Sì, ho una foto bellissima che, io credo, è una delle foto più belle che ho di me come mamma, in cui sto allattando Sole che credo avesse giorni e Romeo appoggiato che mi diceva: «si sta attaccando bene?». 

[Anna] – Che patato!

[Denise] – Bellissimo. Per loro è una cosa talmente naturale, perché io ho allattato poi ovunque e dovunque.

Addirittura c'è stato anche un periodo in cui entrambi maschi hanno dovuto scendere a patti con la realtà che da papà loro non avrebbero mai potuto allattare, con tanto di pianti. 

[Denise] – «Ma come? Ma non è possibile, ma perché?». E il grande che diceva: «vabbè, magari la scienza da qua a 20 anni troverà il modo di far allattare i papà». Io me lo auguro perché sarebbe comunque credo…

[Anna] – In ottica di parità di genere, magari ci arriviamo [ridono, ndr].

[Denise] – Ma anche una bellissima esperienza, io credo.

[Arianna] – Ci sono tribù dove i papà attaccano i bimbi al seno per la suzione non nutritiva. 

[Anna] – Solo per consolare o calmare, certo. A me è venuto in mente un film un po' più comico, ma non lo citerò.

[Arianna] – No, ce lo racconti dopo.

[Anna] – Con un papà con una sorta di tettarella, ma non è molto di alta cinematografia, quindi meglio l'immagine della tribù.

[Denise] – Però, insomma, per loro io credo che sia parte della figura che hanno, dell'idea, dell'immagine che hanno della maternità. Infatti ogni tanto ci penso a questo e ne parlo con loro, soprattutto con il grande, spiegando che non è l'unico modo. 

Io voglio che loro un giorno si approccino alla paternità sapendo che allattare non è l'unica strada, che non è mai così forse anche semplice come l'hanno vista loro. 

[Denise] – Così una cosa che la mamma vive con serenità, come nella loro memoria rimarrà, perché loro ricorderanno soprattutto l'allattamento di Sole, che è stato un allattamento realmente sereno, realmente a richiesta. Sole, tra l'altro, qualche settimana o giorno fa, anzi, mi ha detto davanti a loro: «no, mamma, io sono grande, basta tetta», non molto convinta.

[Anna] – Però l’ha espresso.

[Denise] – Però l'ha espresso, e comunque avevo già adesso un po' di persone che dicevano: «eh, insomma…»

[Anna] – Di nuovo. 

[Denise] – «Un po' troppo!». Anche perché in effetti Sole farà 3 anni il mese prossimo e, soprattutto, io credo che, per sua indole, da più di un anno parla con dei congiuntivi piazzati proprio nel loro posto. E quindi sembra strano, no? Ancora allattare una bambina che invece i suoi bisogni li sa esprimere verbalmente, verbalizzare così bene. Mentre forse con Romeo che invece ha parlato più tardi, questa cosa l'ho vissuta meno.

La forza delle storie di latte

[Anna] – I terzi sono speciali, devo dirlo per storia personale. Faccio a entrambe un'ultima domanda. Inizio con Arianna. Denise ha condiviso oggi una storia di allattamento con i suoi momenti di fatica, ma anche di gioia, di condivisione. Quanto contano le storie delle altre mamme? Non solo da ascoltare, come stiamo facendo in questo podcast, ma anche da vivere, magari attraverso dei momenti di condivisione dell'allattamento, magari in gruppo.

[Arianna] – Fa la differenza, fanno la differenza. Il ritrovarsi con altre donne mi riporta un po' a quello che aveva detto lei, le donne della famiglia. Queste donne della famiglia che ad oggi non sempre sono presenti, ok? 

Ci rimette un po' in questa dimensione femminile di scambio, di supporto, di consiglio, di accompagnamento. 

[Arianna] – I gruppi cosiddetti tra pari sono veramente una risorsa preziosa per accompagnare una donna in quello che è il suo percorso d'allattamento e mi viene sempre da dire che questi gruppi tra pari dovrebbero essere anche un po' ricercati prima del parto, no? A questa cosa ci si dedica sempre poco tempo, poco tempo alla preparazione della nascita, alla preparazione di quello che avviene dopo. Si arriva quasi un po' nel momento stesso in cui si ha questo bambino tra le braccia inondati da tutto quello che c'è. Invece, un po' il prendersi qualche momento, ma di qualità, buono, può fare veramente la differenza. Quindi i gruppi penso che siano una risorsa preziosa per far sì che avvenga un'altra cosa che ha raccontato molto bene Denise, che nasca la fiducia. 

L'allattamento è un percorso di fiducia nei confronti del mio corpo

[Arianna] – Lei l'ha detto, no? Questa cosa è stata facilitante, è successa sul secondo figlio e “io sapevo che potevo allattare”. Quindi era già passata da un'esperienza che l'ha fortificata. Una fiducia nel proprio corpo e una fiducia nel bambino, perché noi non abbiamo mai fiducia in ‘ste creature che sono capaci di vivere al di fuori del nostro corpo, ok? E una fiducia che non è oggettivabile. Anche qui arriviamo da immagini di nutrizione dei bambini legate a quantità, tempistiche, eccetera. 

L'allattamento ci porta al di fuori di questa cosa. E vederla, osservarla in un gruppo di mamme, osservarne la variabilità, osservarne lo spirito, il metodo, bimbi diversi, donne diverse, è un qualcosa che ci aiuta a far sì che questo percorso sia un percorso possibile.

[Anna] – E prezioso, grazie. Invece, Denise, se tu potessi riassumere la tua storia di latte con una sola parola, anzi le tue storie di latte, cosa sceglieresti e cosa rappresenta per te questa parola?

[Denise] – Credo che sceglierei storia. Storia perché per me quel momento era un momento che mi riportava in connessione a quello che avevo visto nella mia storia personale, quindi agli allattamenti che avevo visto, che avevo vissuto e mi rendevo conto che stavo scrivendo quella che era la mia storia di mamma, quello che io avrei potuto raccontare a un gruppo di mamme, a un gruppo di pari. Tant'è che ho sempre cercato di parlare di questo anche con gli altri e ho un'amica carissima, dopo aver partorito il suo primo bimbo, 5 anni buoni dopo il mio Leandro, un giorno mi ha chiamata e mi ha detto: «Venu – così mi chiamano i miei amici – noi non avevamo assolutamente capito quello che stavi passando, anche se ce l'hai raccontato, ma adesso mi è servito tantissimo». 

E quindi per me è storia, è storia che realmente ho voglia di raccontare ed è per quello proprio che sono qui, perché credo che non sia la storia giusta, la storia corretta, ma che sia una storia e mi piacerebbe che questa aprisse la strada a tante altre.

[Anna] – Grazie perché ovviamente questa parola a me emoziona, perché è il motivo per cui è nato questo podcast e sono sicura che la tua storia, una volta messa in circolo, genererà tante altre storie. E quindi grazie Denise, e grazie Arianna per il tuo contributo, è stato un piacere avervi qui.

[Arianna] – Grazie Anna.

[Denise] – Grazie a voi!

Credits

Grembo, racconti di pancia” è un podcast di Anna Acquistapace ed è sostenuto da Nidi Fioriti, un'iniziativa che coltiva l’alleanza tra scuola, famiglia e territorio, a partire dai più piccoli.

"Grembo, racconti di latte" è un progetto speciale dedicato all'allattamento, realizzato con Inglesina

Musiche © Pablo Sepulveda Godoy

Produzione video © Andrea Sanna
In questo episodio, Anna è stata ospite di Young Folks, che si ringrazia per l’accoglienza.

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